Sullo sterminio dei Popoli, con milioni di vittime, del comunismo totalitario marxista-leninista-stalinista e seguaci

Sono un anarchico (individualista) dichiarato: solo per ciò ragiono deduco e traggo le conclusioni solo dalla mia testa (che non è, forse,ritengo irrilevante…). Non mi interessano ‘partiti’,i luoghi comuni,i mezzi di posizione e le ‘comunicazioni’ (come la stampa) e qualsiasi altro ‘veicolo’ di coercizione delle coscienze. Cerco,per quanto mi è possibile,di attenermi ai soli fatti: verba volant,e qui,dunque, da cui traggo e riporto, dal quotidiano ‘L’Opinione’ del 14 luglio 2005: Il ‘democidio comunista’. Che non piace agli storici di Stefano Magni

“La peste bubbonica che, dal 1347 al 1353, ha spopolato l’Europa, ha fatto inorridire gli storici e, sicuramente, tutti coloro che ne hanno sentito parlare. Morte. Morte dappertutto.

Città e villaggi devastati. Intere famiglie distrutte per generazioni. Almeno 25.000.000 di persone perirono. Ebbene, nell’ultimo secolo, abbiamo subito un altro tipo di peste, quattro volte più mortale, ma gli storici si guardano bene dal raccontarla. Inoltre, la maggior parte dei contemporanei non sa nemmeno che sia avvenuta, i media e i politici che non ne sono stati affetti tendono ad ignorarla. Fu la Peste Rossa, una epidemia di democidio”.Così, in termini abbastanza pittoreschi, il politologo statunitense Rudolph J. Rummel, descrive la più grande rimozione storica del XX secolo: il democidio comunista. Una stima minima, basata su fonti vicine ai regimi comunisti, fissa il totale delle vittime dei regimi comunisti a 40 milioni. Le stime più pessimiste parlano di 259 milioni di morti. Quelle più attendibili, di 110 milioni. Ammettiamo anche che abbiano ragione i più ottimisti: come si possono visualizzare 40 milioni di vittime, di persone assassinate a sangue freddo (quindi escludendo i morti nelle guerre dei regimi comunisti e le vittime delle guerre civili) in poco più di 70 anni? Quaranta milioni sono l’equivalente di una Nazione intera completamente sterminata.

E stiamo parlando della stima minima e meno probabile. La statistica più attendibile è di 110 milioni di morti: è come se l’Italia e la Francia venissero sterminate fino all’ultimo uomo.

Guardando più nel dettaglio questa statistica, lo scenario si fa ancor più impressionante, perché si vedono Nazioni interamente distrutte, città scomparse, popoli decimati nel giro di pochi anni.

Non a causa di una pestilenza, di un cataclisma e nemmeno per colpa di una guerra nucleare, ma a causa del programma ideologico, metodicamente applicato, di regimi al potere. Perché, come sosteneva Rummel, i contemporanei non sanno nemmeno che tutto ciò sia avvenuto?

Perché, al massimo, sui libri di storia scritti nel periodo anche successivo alla caduta dell’Unione Sovietica, si legge che: “L’offensiva per la collettivizzazione e la lotta contro i kulaki furono condotte con estrema determinazione e assunsero sovente (corsivo del redattore) i connotati del terrore. Stalin e i suoi collaboratori alla fine ebbero partita vinta, ma i costi umani e materiali furono impressionanti. Circa 250.000 famiglie di contadini recalcitranti (corsivo del redattore) vennero deportate nelle regioni della Russia settentrionale e in Siberia o rinchiuse nei campi di lavoro forzato; il risultato di questa politica fu lo sterminio anche fisico dei kulaki, che cessarono di esistere come classe”. Coscienza in disordine? La si rimette a posto poche frasi dopo, leggendo: “…Infine, in molte regioni, i kulaki, anziché conferire i loro animali nelle fattorie collettivizzate, preferirono macellarle in massa; alla fine del 1933 il bestiame si era quindi ridotto della metà e i livelli del 1928 nel settore dell’allevamento furono recuperati solo dopo la II Guerra Mondiale”.

Insomma: i kulaki recalcitranti ed egoisti, che mandarono in rovina l’agricoltura sovietica furono puniti con metodi un po’ brutali. Questa è l’impressione che viene conservata dallo studente che, nella metà degli anni ’90 studiava sul manuale “Corso di Storia” di Capra, Chittolini, Della Peruta, edizione 1992. Non può venire neanche in mente all’adulto di oggi che, dal 1928 al 1933, Stalin sterminò una Nazione intera, l’Ucraina, isolandola e privandola di ogni mezzo di sostentamento.

Un studente che studiava negli anni ’90 e che adesso, probabilmente, insegna la storia alle nuove generazioni, non si sogna nemmeno che Stalin fece assassinare, a freddo, 11 milioni e mezzo di contadini. Più del doppio di tutte le vittime dell’Olocausto, a cui, pure, i libri di storia dedicano, come minimo, un capitolo a parte. Al massimo, l’ex studente trentenne che ora coesiste tranquillamente con i nostalgici del comunismo, ha studiato che, nel periodo del Grande Terrore, “Per costruire il suo sistema autocratico Stalin adottò metodi di estrema durezza, messi in atto dalla polizia politica, la GPU (subentrata dopo il 1922 alla Ceka), che organizzò i campi di lavoro forzato (divenuti poi famosi come Gulag, sigla russa di “direzione statale dei campi di lavoro”), in cui vennero via via rinchiusi centinaia di migliaia (corsivo del redattore) di oppositori e dissidenti. La compressione del dissenso all’interno del Partito venne attuata anche con le epurazioni periodiche, che nel 1938 ridussero gli iscritti a 1.900.000, poco più della metà di quelli del 1933. (…) Il terrore staliniano, che nelle sue varie fasi coinvolse qualche milione di persone, non diminuì tuttavia il prestigio di Stalin agli occhi della maggioranza della popolazione”. Dietro questo “qualche milione di morti” nelle “varie fasi” del grande terrore, si dovrebbe leggere ben altro: 4.300.000 morti nella metà degli anni Trenta e più di 4 milioni e mezzo di vittime nei soli due anni che precedettero la II Guerra Mondiale. Allora non vennero eliminati solo dissidenti, o membri del Partito non allineati, ma quote intere di popolazione, fissate “scientificamente”, in base a calcoli sul numero di appartenenti alle classi sociali “nemiche” eseguiti dai pianificatori dello sterminio, con la stessa logica con cui venivano fissate le quote produttive nei Piani Quinquennali. Quanto all’ultimo periodo di Stalin, che fu quello più sanguinoso in assoluto, sul Capra/Chittolini/Della Peruta del 1992, si legge al massimo che: “Per rendere assoluto il suo potere, Stalin, preoccupato dalla prospettiva di una guerra con gli Stati Uniti e dominato negli ultimi anni di vita da un timore ossessivo di complotti e tradimenti, impiegò largamente i metodi repressivi”. In quattro righe viene così liquidato quello che fu lo sterminio probabilmente più letale e concentrato (nei tempi e nello spazio geografico), di tutto il XX secolo, assieme al genocidio cambogiano: dal 1945 al 1953, Stalin fece assassinare a freddo 12 milioni e mezzo di persone. Alla faccia dell’impiegare “largamente i metodi repressivi”! La cosa che, però, lascia ancor più sconcertati è il silenzio. Quando il manuale affronta la storia prima e dopo Stalin, sparisce del tutto l’idea che vi sia stato un massacro di proporzioni colossali. Non si accenna minimamente ai 5 milioni e mezzo di vittime della repressione effettuata da Lenin. Dato che fu Lenin e non Stalin a creare il Gulag quale metodo di repressione e lavoro forzato su larga scala e fu Lenin ad applicare per primo i metodi dello sterminio su scala industriale. Tantomeno si accenna alle 6.613.000 (sei milioni e seicento tredici mila!) vittime dell’Unione Sovietica post-staliniana, dal 1953 al 1991. Al massimo si legge che: “La destalinizzazione non fu però spinta a fondo e soprattutto non venne ammessa la libertà di opposizione”. Quanto agli altri stermini comunisti, i 35 milioni di morti, assassinati per mano del regime di Mao Tse-tung, sono quasi completamente dimenticati dal manuale edito nel 1992 (tre anni dopo Tien An-men). Al massimo si trova che la “Rivoluzione Culturale” “…secondo le stime ufficiali cinesi provocò 35.000 vittime, ma secondo le stime occidentali si lasciò dietro alcune centinaia di migliaia di morti”. Mentre i morti furono 7 milioni e mezzo solo in quel periodo.

Quanto al resto, si parla solo del genocidio cambogiano, del quale non viene riportata neanche una cifra. Sugli altri crimini regna solo il silenzio. Non una parola sul milione e mezzo di assassinati dal regime della Corea del Nord, sul milione e mezzo di assassinati dal regime del Vietnam, sul milione di assassinati dal regime di Tito in Jugoslavia, sui 725.000 assassinati dal regime di Menghistu in Etiopia, sui 435.000 assassinati dal regime comunista in Romania…

14 luglio 2005

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