Diogene di Sinope : Gli Ateniesi mi hanno procurato un tempo dove poter dimorare: il portico di Zeus e la Sala delle Processioni

Gli Ateniesi mi hanno procurato un tempo dove poter dimorare: il portico di Zeus e la Sala delle Processioni. Di solito usavo l’uno e l’altra per rendere alla natura il dovuto,insieme alla pioggia dorata in eterna alleanza e adorazione di ogni gioia sepolta,sempre ritenendo che quella sugli dei sia la più grande menzogna mai usata per impedire il libero ragionamento: ecco perché quello che in me forse c’è di religioso è profondamente avverso ad ogni credo umano. La terra si volge dal giorno verso la notte; l’olivo è cangiante come il salice per ognuno di noi prima o poi,mentre il sole arde senza sosta in un eterno meriggio. L’empio credo ha cercato di convincermi sull’esistenza di un re padre degli Dei, il sovrano dell’Olimpo, il dio del cielo e del tuono,onnipotente creatore delle nubi e della terra,ma senza mai riuscirvi: i sacerdoti,lo ho osservato sempre con attenzione,non sono che tutti presi dalle loro inutili finzioni, dandosi da fare se non per giustificare le forze oscure che li invadono, li agitano e li tormentano. Con le loro perfidie essi oscurano questo mondo ancora di più quanto non lo sia, e senza liberare d’altro canto nessuno da nessuna pena. Da sempre,difatti,sono rimasto sorpreso dal fatto di come facciano gli uomini ad adorare quel dio che li ha gettati in questo mondo di dolore,nell’ignoranza e nel desiderio di sottomettersi,chiunque sia,pur di servire e di innalzare colui che li ha dannati. Per il resto,ora sono presso Seniade e, da morto, ho chiesto che sia seppellito come ti è noto ,mio caro Eubulo, dai suoi figli,senza alcuna cerimonia. Sono sempre stato impetuoso all’estremo in ogni cosa, collerico, sregolato in tutto e in opposizione ad ogni credo fino al fanatismo:  certamente non cambierò adesso,e per il poco tempo che mi rimane. Non ho mai avuto e né voluto padre, né madre, non ho mai avuto e né voluto alcun dio né patria soltanto per essere sempre solo, senza culla e senza sepolcro. Qualsiasi uomo libero non è,e né potrà mai esserlo, a proprio agio in alcun luogo: isolamento significa libertà e scoperta di ogni verità e la più profonda solitudine altro non che è,alla fine, che la suprema prova della sovranità di uno spirito. A me si confà unicamente il giorno seguente al domani,e per quel che mi riguarda, andrò via soddisfatto da un mondo dove la verità non è mai stata sorella del sogno. Alla fine, ogni uomo nasce nudo e muore comunque sempre da solo. Nel mio paese non ci sono più’ gli dei,e nessun dio : qualcuno dice che si siano rifugiati sulle montagne di Argo, ma io non vi credo,come a nulla del resto. Anche tra le fiamme io esulto ancora, e su tutto trionfo per la felicità di non provare il dolore che ognuno si attende: non c’è che la disobbedienza dallo sguardo calmo e altero che imprime il suo marchio complice sulla fronte dell’impietoso Creso. Io rinnego ogni credo e defeco sull’uomo,su questa grottesca incarnazione, dimentico già dalla nascita d’essere stato concepito dalle deiezioni di un ubriaco o di un morente. Esalto l’unico corpo radioso come un rubino di sangue dalle nobili passioni, il più bello e il più sapiente di tutto quanto esista,sepolto con il limpido occhio tra gli arsenali profondi della ribellione eterna. La gioia,l’infinita gioia di essere alla fine da solo! Arrivederci, mio amico carissimo, arrivederci poiché adesso tu sei qui, nel mio stesso cuore,ma senza futuri incontri,che non ci saranno,e per ora senza strette di mano e nè inutili parole. Solo ti chiedo di non fare il viso triste,e di non piangere,è questo,da amico,che solo ti imploro,senza la  paura che indietreggia dinanzi alla verità: io dormirò e per l’uomo non vi è cosa più dolce,per nessuno vi è destino più dolce di quello del dormire. Già tante volte sono morto,e già troppe volte mi ha fatto morire la mia volontà di esserlo,che adesso da questo desiderio non posso ricavare più nulla. Ormai i Macedoni dominano,e io voglio essere seppellito sulla faccia ,in un calco di marmo e non nel corpo ,poiché le mie ceneri,da cui nascerà l’erba portatrice di vita e di morte, saranno già disperse al vento : perchè tra poco,nel breve inverno che mi attende, nella gioia della luce quel che è sotto si sarà per sempre rivoltato all’insù.

Il proseguo dell’epistolario risulta illeggibile.

21 marzo- 20 aprile 2010

ANTONIO DELLA ROCCA

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