Diogene di Sinope: Troppo tardi, troppo tardi!

Troppo tardi, troppo tardi! Ho potuto, sfidando il cielo e gli uomini,costruirmi una condotta aristocratica é intollerante del tutto personale, e che anzi annovera tra le virtù l’intolleranza stessa, in un dominare che è da ricercarsi non nella forza fisica, bensì in quello dell’animo. E quale mai ne è l’indizio e la prova se non quella del non aver mai voluto avvilire il mio giudizio,ritenendo che il  proprio pensare sia il dovere di ciascuno, e solo per ciò senza alcun desiderio di volerne far partecipi gli altri? Mi sono per questo sempre tenuto lontano da tutti,e in particolare dal contatto di certe mani indiscretamente benevole, da tutto ciò in genere per una ripugnanza incrollabile che non sia stato pari al mio incanto e al mio dolore. Mai mi sono vergognato di quella che alcuni hanno definito la mia immoralità, consapevole che essa è solo un’apparenza, l’opaco senso comune alla sommità del quale ciascuno non potrà che vergognarsi della propria falsa moralità. Solo raramente,e poi sempre comunque a torto, ho conosciuto l’inesorabile inutilità di ogni compassione, tanto che adesso quasi ne arrossisco, con la nausea propria di ogni uomo che abbia molto sofferto: la pietà,difatti,non è sempre che il nemico e il tiranno,ti scrissi non molto tempo fa, proprio di se stessi?  Coloro che ispirano pietà dunque per tale ragione non ne meritano alcuna: dico di più, l ‘astenersi da ogni offesa non è altro che un principio di dissoluzione e di ogni decadenza dello spirito. Da sempre ho messo alla prova il grado innato ed immutabile a cui ogni uomo appartiene, eppure quasi mai ho trovato qualcuno che sia stato capace di mantenere la sua fede in un’idea, o che con la collera e la sua spada sia riuscito di mandare a compimento la risoluzione di una qualsiasi causa. E’ la malinconia di ogni cosa compiuta, mio caro Eubulo, che non potrà qui aver lunga vita, di ciò che non potrà mai volare se non nel fulgore dell’oro e dell’azzurro dello spazio inconcepibile. Chi muore giovane è salvato dalla fortuna a tutti gli inevitabili dolori che verranno, poiché questo breve giorno a noi presente altro non è che quella frazione breve del tempo che separa il regno della delusione da quella della speranza: in genere chiunque,se ne renda conto o meno, già attende l’ineluttabile arrivo della delusione. E difatti essa verrà,tra le diverse occupazioni del momento di ciascuno: chi però sa non se ne dà pena,poiché il disinganno per esso è già presente,e contemporaneo all’atto o all’avvenimento stesso. Chi ha conosciuto gli abissi del dolore sa troppo bene che ogni attimo di gioia ad esso sfuggirà presto, come uragani che vanno estinguendosi esausti nel tumulto inesorabile del Tempo: sono d’improvviso entrato nella porta, egli si dice, e da essa ne uscirò,fermo sulla riva e travolto dall’impeto delle onde.

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