Diogene di Sinope: Un tempo avevo ordinato ad Alcmane di provvedermi una piccola dimora

Un tempo avevo ordinato ad Alcmane di provvedermi una piccola dimora; attesi solo un poco, vedendolo indugiare di continuo, temendo egli che non potessi rendergli qualche testa elmata di Atena, e fu dunque così che mi scelsi alla fine come abitazione un’anfora. Mi sono ritirato in essa,come ogni mendicante e qualche animale senza alcun valore ,ma soprattutto senza l’orgoglio invincibile di chi tenti d’indagare l’universo e le cose attraverso le vane parole. Del resto non ho mai cercato,e meno che mai predicato ad altri una alternativa possibile,e in modo particolare una qualche diversa forma politica: l’uomo va comunque verso il fuoco, con danno e con la morte di tutte le cose che lo compongono, e sarebbe dunque per esso inutile qualsiasi alternativa . Per questo ho spesso parlato con statue ricoperte di edera e di muschio,invece che con scheletri diversamente abbigliati: e per questo mi sono allenato a chiedere invano. L’essere umano è inaccettabile,è l’unico,vero errore della Natura,e anche la minima relazione con esso in ogni tempo mi ha creato un tormento molto simile al supplizio: ogni compassione rende l’aria irrespirabile per tutte le anime libere,poiché quella dell’uomo è difatti irreale e senza fondo. Lo spirito non riguarda che me stesso, e mai mi sono svilito nel reputare che i miei doveri dovessero essere quelli di tutti,e di questo spirito difatti quasi mai ho voluto farne partecipe alcuno. Alla fortuna ho sempre opposto il coraggio e alla passione la ragione: per conservare il tesoro della mia solitudine sono giunto ad offendere tutti;e prima di ognuno i pochi verso cui ho provato un qualche affetto. Non ho mai provato timore, neppure quando fui catturato da pirati e venduto come schiavo. Ecco,dunque vivo senza meta, senza bisogno di casa né di fissa dimora, senza alcuna comodità: per questo  ancora dormo,e a volte penso,dentro la mia anfora. Se un giorno dovessi sentire una qualche voce che mi chiama e mi implora,io andrei allora verso la persona da cui quella voce proviene e non farei che colpirlo subito sulla testa con il mio bastone. Essere liberi,rifiutare ogni tesoro,avere per arnia il suono più bello e per ara lo spazio dalla perfezione adorabile: ecco,è questo il canto soave dove ogni silenzio si desta. Ho per questo l’anima in pace: cosa, anche con l’oro e tutte le grazie studiate del mondo, mio caro Eubulo, poiché nella verità delle cose colui che poco possiede è tanto meno posseduto, potrei alla fine pretendere di meglio?

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