Diogene di Sinope: Vedo eppure che,poi,ti sto scrivendo come chi abbia da insegnare qualcosa,o peggio ancora come un poeta dalle mani gracili,e questo non lo voglio

Vedo eppure che,poi,ti sto scrivendo come chi abbia da insegnare qualcosa,o peggio ancora come un poeta dalle mani gracili,e questo non lo voglio. Alla domanda su quale fosse il mestiere in cui me la sarei cavata meglio,ho sempre risposto sorridendo dentro di me: nel comandare. Ma chi,e soprattutto: per che cosa? Ne ridevo,perché ciò sarebbe stato come affermare che il vento è immobile e che la luna non si sposti,ruotando nella sua orbita. L’antica traccia,la voce che appena increspa l’aria per l’amore,fine a se stesso,della polemica! Per tutta la vita ho contrastato gli incensi, le divine ombre  frutto dell’intero firmamento e il languore dei prodigi,tra i quieti marmi delle tombe,sempre imperfetti: e di certo non cambierò opinione adesso,per il poco tempo che ancora mi resta. D’altra parte, cosa è mai un filosofo se non chi volutamente possa demolire le certezze di ognuno? Non ho nulla da raccogliere e né da seminare,sempre ammesso che lo abbia voluto o lo abbia fatto. Un giorno per scherno volli richiamare attorno a me una ristretta cerchia di fiamme morte,di foglie secche dalla finezza di una carne opaca, e venni subito circondato da una massa più pesante della soma: percossi tutti con il mio bastone di cedro. Uomini ho chiesto,dissi allontanando tutti da me, nessuno escluso,e non brune deiezioni dal miasma infetto: qualunque dio o individuo parto delle idee avessi io dunque potuto forgiarmi,non sarebbe stato altro che una chimera, la cui stupida esistenza vive solo nella testa dei folli. E questo lo avevo sempre,e definitivamente, compreso: Zeus e’ quell’ essere dotato di tutte le qualita’ e le virtu’, meno quella di esistere. Per tale motivo non sono dunque che cittadino del mondo intero,e perciò del nulla. Alla fine quello che mi è rimasto è solo l’amico fedele di sempre: i cani,te lo detto e scritto più volte, vivono nel presente senza ansietà, e non si occupano di alcuna filosofia,di alcuna vuota astrazione. Il cane,nella sua tenera arte della vera e incondizionata amicizia,sa per istinto a differenza dell’uomo chi è amico e chi non lo è. Al contrario del mio simile, che inganna o è ingannato, i cani riconoscono subito,per una intuizione assoluta, sempre la verità delle cose. Nessuno patisce danno se non per propria mano,e in questo l’uomo è maestro. Per questo me ne discosto, e anche se ormai non sono più in attesa di alcun uomo onesto: se i Sinopi mi hanno condannato a suo tempo all’esilio, io li condanno ancora a restare in patria. E’ la mia vendetta,anche se colma di dolore tra gli occhi, di richiami e di addii, di sangue e di cuore. Mi hanno definito un Socrate impazzito, eppure non riesco a trovarmi ad agio in questa definizione come in qualsiasi altra, del resto. Definire significa limitare,e io sono lontano da tutti i rumori che ogni giorno si destano dai giacigli sconvolti e dagli amori più preziosi dell’uomo. Ho accanto il mio cane,e in lui leggo più di quanto chiunque possa interpretare negli Astri. Alla mia morte non basterà altro che un pilastro,con inciso nel marmo un cane di Paria. Anche questo mi basta,e non ho da chiedere altro.

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