Diogene di Sinope: Sono stanco,stanco da morire e lacerato come la bufera improvvisa

Sono stanco,stanco da morire e lacerato come la bufera improvvisa in un bosco: l’assurdità della vita,me ne rendo sempre più conto, non è una prova contro la sua esistenza, ma ne è piuttosto la stessa condizione. La giovinezza è sotterrata per sempre nel fondo delle notti,mentre il tormento adesso aumenta incessante. Il tempo è lo specchio dell’eternità,e il dolore e’ una promessa,il triste lamento che la vita mantiene sempre. Fino da giovane ho cercato di spegnere ogni speranza,e posso dire di non averne fatto altro che cenere,disgregando ogni cosa perché,alla fine,non rimanesse che un qualche fiore in disparte nel giardino di bosso e ligustro ,disprezzando la preda, e le distanze marine indicibili per gli scrigni della morte gelida su di un petto grigio. E’ nella realtà delle cose che la Natura volle infondere nell’uomo più passione che ragione, e più la più cruda dissoluzione piuttosto che delicatezza e benignità. Ma adesso,oltre che la speranza nel mondo e negli uomini ,ogni desiderio è per sempre estinto: le figure sono compiute in se stesse ,e così lo zaffiro,la carena bianca e le belle mani che,un giorno,strinsero lo spazio oppresso dai legami. Non sono sul punto di piangere. Non piangerò. Nè per me stesso,e né per gli altri,non piangerò fino al mare e alle arpe melodiose, fino ai battiti nudi degli incanti,nel disordine del marmo e dei grappoli d’oro. Appena fuori dalle sabbie dai seni viventi dei fiori estivi, oltre i piedistalli dalle pallide linee invece abiterò il mio momento più puro,in un corpo unico nella notte stellata, in cui la carne sarà pietra,nel vino in fiamme per un’altezza alla fine superata. Andare,andare via al più presto da questo mondo! Senza il canto della sorgente,e dentro il gioiello muto nella sua menzogna di dover mai ritornare. La sgradevolezza,la mancanza assoluta di ogni incanto ed avvenenza nell’uomo mi ha da sempre riempito di orrore: non mi riferisco ad una qualche fontana vacillante di sabbia e di luminose preghiere, ma all’essere umano in sé, Eubulo, e da esso sempre ho in ogni modo solo cercato cosa me ne allontanasse e mi differenziasse. Di questa miserabile entità molteplice, bugiarda, artificiosa sempre ed impenetrabile, temibile agli stessi animali ne ho sempre osservato l’astuzia,il riso stolto, a cui ogni perdita dell’anima inferiore e grossolana risulta come connaturata alla stessa sua natura, vi ho opposto per quanto mi è stato possibile l’eco del deserto, il timido mormorio della solitudine ed,infine,il tacere proprio del cercatore di tesori. Io stesso sono divenuto difatti il custode del tesoro,del mio e di quello di nessun altro: lo spirito aristocratico non ha venerazione che per se stesso,lo sai. Osserva il gregge che pascola davanti a te: esso non conosce che cosa sia ieri e cosa l’oggi,intento solo a nutrirsi,digerire e rendere alla Natura il dovuto,e così dal mattino alla sera,di giorno dopo giorno, legato solo al piacere e al dispiacere di un solo attimo. La vile canaglia,l’uomo comune e di sempre non ha altra speranza e probabilità che di continuare se stesso, di propagarsi come il topo imprigionato in una latrina: esso difatti non è altro che atto a  sopravvivere,perpetuare e predicare la propria mediocrità senza misura,senza senso e infine senza alcuna dignità. Già ti scrissi delle dodici tribù formate da un gruppo di pastori senza nome, il cui regno venne invaso e ne venne,secondo giustizia,devastato e distrutto il tempio,già infetto del resto dalle deiezioni dei propri credenti. Non era possibile,e né giusto altro. Non esiste vendetta più meritevole di quella che altri infliggono al tuo nemico, lasciandoti la parte di chi ne sia al di sopra. Ecco,allora! solo la suprema indifferenza verso tutto,l’aristocrazia in un’ ineffabile indifferenza immensa ed orgogliosa,fuori dai doveri di ognuno, e sempre comunque al di là.

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