Diogene di Sinope: Attingo l’acqua del Peneo dal centro stesso del fuoco, immerso nel sole risplendente della notte

Attingo l’acqua del Peneo dal centro stesso del fuoco, immerso nel sole risplendente della notte. Anche la mia anfora creata da Procle oggi si è definitivamente spezzata: non ne è rimasto che qualche frammento, e lo zefiro ilare di erbe e tremiti boschivi per attraversarla in ogni fessura. Questo mondo,tutta questa nostra vita al termine non sono poi in niente dissimili da una singola goccia di rugiada: ogni voce al termine si spegnerà, senza lasciare nulla dietro di sé. Il sangue di tutti è rosso. Le lacrime di tutti sono amare,eppure la luce di un attimo del mattino non differisce in nulla dai pini che ora osservo erti in riva al mare,vecchi di secoli come ogni cosa che è senza inizio nel cielo o sulla terra. Lo specchio ormai è infranto,e non rifletterà mai più, la falera però tornerà ancora sul ramo,simile a un fiore di meliloto caduto: per questo non lascerò niente di scritto dopo di me, se non queste poche lettere lontane da ogni considerazione del giusto e dell’ingiusto. Senza fare nulla la primavera è giunta ancora una volta da sé,tra l’incanto dei profumi di Cìnira,le danze e le corone tra le chiome dorate : è ciò che non si può ottenere pensandoci e che non si può non ottenere non pensandoci. Solo tacendo ogni cosa ci parla.

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