Diogene di Sinope: Mio caro Eubulo,siamo rimasti assenti l’uno all’altro per qualche tempo

Mio caro Eubulo,siamo rimasti assenti l’uno all’altro per qualche tempo: in verità ho ricevuto in omaggio il tuo germoglio d’oro per l‘approssimarsi del mio compleanno nel giorno stesso di primavera,da parte di una melode frigia. Ma non me la sono sentita di risponderti,al momento. Apollo,così dicono,ama gli scherzi,le danze e le canzoni: eppure ormai a me più si addicono le voci delle pernici in solitudine e le rocce stremate di Pergamo,tra cui girovago trascinando la tenebra di ogni sonno,più struggente della morte. Ciò che tu sei,io fui un tempo,e tra non molto tu sarai ciò che adesso io sono: te lo ripeterò spesso. La primavera è tornata,le navi compatte e le ombre rutilanti degli allori. Essa è come il frutto della giovinezza,sazia di luci e di fulmini,essa è come il tuo tempo,che ti spetta di diritto: eppure chi sa,ne conosce anche la misura e l’ebbrezza molesta. Siamo tutti su un sentiero diretto al dolore, vi è su di esso una moltitudine infinita di creature, ma poi questa strada è sempre una via da percorrersi in solitudine. Come l’attimo che fugge in fretta,come il tempo di un raggio di sole e dentro un cuore diviso,e di piombo: ossa già spolpate e pulite, indurite e secche da un  tempo infinito, certe non d’altro mai che d’essere morte sin dall’inizio.

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