Diogene di Sinope: Naturalmente non credo in alcuna anima

Naturalmente non credo in alcuna anima, e finché ci sarà ancora un qualsiasi dio da adorare, il compito dell’uomo non sarà terminato: ormai, del resto ,anche della stessa parola non voglio più neppure sentirne parlare. Nel ritegno,nella sua bonarietà insana vi è sempre,lo so, un’insolenza in niente dissimile alla più profonda malizia. Zeus,questo essere esecrabile nato dal timore,dall’ ignoranza di ognuno e dalla scaltra avvedutezza di alcuni,questa rivoltante banalità insieme a tutti gli dei e l’Olimpo stesso sono i più grandi atti di superbia dell’uomo,e solo quando egli li avrà tutti espiati mai potrà trovarne di maggiori. Tutto è male,tutti i componenti del nostro essere sono dolore, angoscia, lamento e dispiacere: ne sono convinto,senza possibilità alcuna di ritorno, tutto esiste, sussiste e infine si dissolve unicamente a questo scopo. Il resto non sono che dissertazioni infinite,e parole vuote,basate sull’infinito nulla. Quale rispetto può dunque meritare un qualsiasi credo? Ve n’è forse uno,uno solo che non porti in sé il marchio dell’impostura e della follia? Misteri che fan fremere la ragione, dogmi che oltraggiano la natura, cerimonie grottesche che ispirano solo derisione e disgusto: io non vi vedo altro. Mi sono posto spesso il problema,anche riguardo agli dei. Per il male,non ho però mai inteso qualcosa a me di superiore e che mi superasse,ma semplicemente la certezza della malattia,della morte,delle infinite sofferenze,fisiche e mentali,a cui tutte le creature,uomo compreso,sono sottoposte. Come per il suicidio, queste due ipotesi,il male e gli dei, sussistono in una duplice impossibilità reciproca,e un elemento esclude immediatamente l’altro. Tutto quello che ne segue non ne è dunque che una conseguenza. Ogni realtà esistente non è altro che un processo di azione e reazione: tutto l’universo non è altro che creazione,mantenimento e dissoluzione,e in esso nulla si crea e nulla definitivamente si distrugge. Il megarico Diodoro Crono negò la realtà del movimento: io,dal canto mio, non gli opposi nulla, e di fronte a lui mi misi solo a camminare. Che importanza dunque poteva avere ai miei occhi chiunque, quando e comunque si sarebbe trasformato in mosche e topi, e per questo in sè del tutto identico agli occhi della creazione? L’uomo è un miserabile senza un qualche dio? Potrebbe anche darsi,ma anche con esso,ed è vero, rimane comunque tale, in qualsiasi folle idea chiunque riponga in esso, in tale dio perché marchio di infamia e perchè mendicante al cielo di ciò che non possiede minimamente in sé. In qualsiasi cosa manca il fine,e tutti i valori considerati supremi perdono ogni valore. Si rimane schiavi finché non si sia guariti dalla impossibilità reale dello sperare. Ora dunque,e se non per questo, non farò altro che andare a rigettare del vino rosso appena bevuto,senza parole e senza lacrime: oltre le porte ombrose che costringono ad entrare i morti riluttanti,tra le tuniche,i tigli e le corazze del lino novello.

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