Archive for maggio 2010

Diogene di Sinope: Naturalmente non credo in alcuna anima

31 maggio 2010

Naturalmente non credo in alcuna anima, e finché ci sarà ancora un qualsiasi dio da adorare, il compito dell’uomo non sarà terminato: ormai, del resto ,anche della stessa parola non voglio più neppure sentirne parlare. Nel ritegno,nella sua bonarietà insana vi è sempre,lo so, un’insolenza in niente dissimile alla più profonda malizia. Zeus,questo essere esecrabile nato dal timore,dall’ ignoranza di ognuno e dalla scaltra avvedutezza di alcuni,questa rivoltante banalità insieme a tutti gli dei e l’Olimpo stesso sono i più grandi atti di superbia dell’uomo,e solo quando egli li avrà tutti espiati mai potrà trovarne di maggiori. Tutto è male,tutti i componenti del nostro essere sono dolore, angoscia, lamento e dispiacere: ne sono convinto,senza possibilità alcuna di ritorno, tutto esiste, sussiste e infine si dissolve unicamente a questo scopo. Il resto non sono che dissertazioni infinite,e parole vuote,basate sull’infinito nulla. Quale rispetto può dunque meritare un qualsiasi credo? Ve n’è forse uno,uno solo che non porti in sé il marchio dell’impostura e della follia? Misteri che fan fremere la ragione, dogmi che oltraggiano la natura, cerimonie grottesche che ispirano solo derisione e disgusto: io non vi vedo altro. Mi sono posto spesso il problema,anche riguardo agli dei. Per il male,non ho però mai inteso qualcosa a me di superiore e che mi superasse,ma semplicemente la certezza della malattia,della morte,delle infinite sofferenze,fisiche e mentali,a cui tutte le creature,uomo compreso,sono sottoposte. Come per il suicidio, queste due ipotesi,il male e gli dei, sussistono in una duplice impossibilità reciproca,e un elemento esclude immediatamente l’altro. Tutto quello che ne segue non ne è dunque che una conseguenza. Ogni realtà esistente non è altro che un processo di azione e reazione: tutto l’universo non è altro che creazione,mantenimento e dissoluzione,e in esso nulla si crea e nulla definitivamente si distrugge. Il megarico Diodoro Crono negò la realtà del movimento: io,dal canto mio, non gli opposi nulla, e di fronte a lui mi misi solo a camminare. Che importanza dunque poteva avere ai miei occhi chiunque, quando e comunque si sarebbe trasformato in mosche e topi, e per questo in sè del tutto identico agli occhi della creazione? L’uomo è un miserabile senza un qualche dio? Potrebbe anche darsi,ma anche con esso,ed è vero, rimane comunque tale, in qualsiasi folle idea chiunque riponga in esso, in tale dio perché marchio di infamia e perchè mendicante al cielo di ciò che non possiede minimamente in sé. In qualsiasi cosa manca il fine,e tutti i valori considerati supremi perdono ogni valore. Si rimane schiavi finché non si sia guariti dalla impossibilità reale dello sperare. Ora dunque,e se non per questo, non farò altro che andare a rigettare del vino rosso appena bevuto,senza parole e senza lacrime: oltre le porte ombrose che costringono ad entrare i morti riluttanti,tra le tuniche,i tigli e le corazze del lino novello.

113. Amos Sibley

31 maggio 2010

Not character, not fortitude, not patience

Were mine, the which the village thought I had

In bearing with my wife, while preaching on,

Doing the work God chose for me.

I loathed her as a termagant, as a wanton.

I knew of her adulteries, every one.

But even so, if I divorced the woman

I must forsake the ministry.

Therefore to do God’s work and have it crop,

I bore with her!

So lied I to myself!

So lied I to Spoon River!

Yet I tried lecturing, ran for the legislature,

Canvassed for books, with just the thought in mind:

If I make money thus, I will divorce her.

Cantique des colonnes

30 maggio 2010

Cantique des colonnes

Non manca molto. Ho quasi ottantanove anni. Ancora pochi mesi e la primavera tornerà a fiorire dentro la vasca del tempio di Cibele. Tu sai bene quanto ami l’elicriso e il viburno con cui ero solito intrecciare le colonne diroccate fuori porta. Adesso, mentre ti scrivo,raccolgo qualche fiore di mandorlo e lo osservo,bianco come il mio tempo giunto nel cuore profondo dell’inverno. Alcmane,ieri,mi ha offerto un giaciglio su cui riposare e vesti asciutte in cambio di qualche mio insegnamento. Ma,come tu sai,io non ho da insegnare niente, a nessuno. Mi ha recato in dono ghirlande di pani al papavero,corolle di alghe porporine e folaghe piumate. Ha fatto servire coppe ricolme di vino e calici di sidro. Io sono rimasto in silenzio. Poi,a notte fonda,sono andato a lavarmi con l’acqua del mare e a masticare in silenzio dei petali di loto. Ho bevuto latte di leonessa,con lo sguardo fisso al sonno e alla morte. La notte mi è sembrata dolce come il lino, mentre ricordavo i bei ragazzi di Samo dagli scudi di bronzo,intenti a parlare di amore e chini sulle cetre, nel segreto ombroso dei tralci e dei pampini. Ma sono stanco,e quello che dovevo portare a termine,quello è già compiuto. La morte,che sento molto prossima,è la fine e il termine di ogni cosa: tutto passa e tutto è impermanente. Voler afferrare la vita ed aggrapparsi ad essa è come cercare di contenere il vento tra le mani e l’oceano in una coppa di Corinto. Tu sei ancora giovane,Eubulo,e bello: ciò che tu sei,io fui. Ma verrà il giorno,inevitabilmente,in cui tu sarai ciò che adesso io sono. La vecchiaia è peggiore della morte,e per questo si è soliti dire che muore giovane chi è caro agli dei. Paradossalmente,poi,la stretta della vita e i suoi innumerevoli desideri diventano,invece che placarsi,più forti e più potenti con il passare degli anni. E’ la volontà di afferrare della sabbia che incessantemente ci scorre tra le dita. Ho avuto,cercato e creato una vita del tutto particolare. Una vita,soprattutto,lontana dal mondo degli uomini,dalle loro follie e dai loro miraggi. Sai bene cosa intenda con questo. Ne abbiamo spesso parlato,passeggiando mano nella mano lungo i portici affollati,tra i tramonti divampanti di folgori oppure tra i campi soavi delle corone di mirto. Non me ne pento. Ma,alla fine,lo vedi,niente di niente,e non rimpiango niente. La vita non ha scopo. Basta a se stessa,come tutta la Natura nel suo ininterrotto processo di creazione e dissoluzione. Si nasce,si vive per un poco,e poi si muore. Tutto qui. Ogni cosa che noi conosciamo,e consideriamo,in qualche modo,come il reale,è in realtà un nulla, e non c’è altro di reale né di sostanziale al mondo che le illusioni. Siamo come le apparizioni fuggevoli di un sogno,come il miraggio di una goccia di rugiada figlia del cielo e della luna,quella che adesso scrivendoti,osservo nella notte scura tra il volo di folaghe e di alcioni. Non c’è tristezza ora nel mio cuore. Come l’astro di Sirio essa si è levata nel cesello d’oro della mia giovinezza e della mia maturità. Ma è poi scomparsa,non diversamente dall’incanto umido dei fiori tra le mitre di Lidia. Ora sono soltanto stanco,e spossato dai troppi solstizi,dai succhi dell’alveare dispersi come pupille nel sonno,e dall’avvicendarsi sempre uguale delle stagioni che struggono il cuore. Intreccio corone crespe di viole per la tua giovinezza,ma so che passerà. Anche la tua giovinezza,i conviti degli uomini,il sonno dell’amore nel giardino delle vergini,ogni cosa passerà. Verrà il tempo in cui,bianco come uno sciame di navi compatte,berrai il latte del lino maturo,e nello specchio ti ricorderai campione di gare, il bel Eubulo tra i falò dei canti delle cetre dal suono senza fondo e dei cavalcatori esperti.

Prefazione a Επιστολη: L’ ULTIMO ATTO (da La Rivolta, incompiuto) Diogene di Sinope detto il Cinico

30 maggio 2010

Il testo,sotto forma di epistolario privato eppure senza alcuna formalità,quali l’apertura il corpo e la chiusura,è molto conciso,e si riferisce alle considerazioni fatte negli ultimi giorni terreni dal Cinico di Sinope. Alcuni spunti sono tratti da Diogene Laerzio tuttavia, il resto e per la maggior parte,oltre ad altra fonte compresi i diversi riferimenti,è da ritenersi attendibile solo su base anedottica. Tale testo,d’altro canto,si interrompe poi bruscamente, a differenza delle Lettere di Epicuro a Erodoto e a Meneceo, e non risulta dunque possibile trarne,anche per eventuali detrattori, ulteriori informazioni storicamente utili e di rilievo.

Redazioni future tra Spoon River e Diogene di Sinope

30 maggio 2010

Da ora in poi,e fino alla conclusione,alternerò via via un componimento tratto (per quanto ne rimane) dall’Antologia di Spoon River alle lettere,scritte da Diogene di Sinope all’amico Eubulo,così come immaginate e redatte nel mio testo: ‘Επιστολη: L’ ULTIMO ATTO  (da La Rivolta, incompiuto) Diogene di Sinope detto il Cinico’,presente in home page sul dominio (personale) : www.adierre-artgallery.com. Come di consueto,non mi aspetto plauso alcuno e anzi,come più volte ribadito (scrivendo io solo per me stesso,e mai per nessun altro),come per tutta la mia attività creativa (anche in ambito figurativo),essendo stanco e non avendo più altro da aggiungere e né da omettere, non posso che,a tutti, augurare il contenuto del celebre aforisma di Harold Pinter, dettato ai suoi interlocutori. Ma,del resto,ogni illusione ci si faccia,ciascuno di noi è sempre stato,è e sarà sempre solo: come,e a ragione,ebbe ad affermare Hawthorne,bisogna trarre sostentamento nient’altro che nella comunicazione di uno spirito solitario con se stesso. Qualsiasi commento dunque ,ispirato da laidi miasmi vaginali,credenze religiose e generici quanto inopportuni ‘buonismi’ per una tanto inutile quanto idiota fede nel primate bipede e mammifero deuterio,verrà immediatamente cancellato,senza che,per ciò,debba spendervi altro tempo,e inutili energie. E’ questo il  refrigerio della solitudine e,per tanto, rebus sic stantibus .ANTONIO DELLA ROCCA