UNA MIA POESIA,Cantique des colonnes

‘Non manca molto. Ho quasi ottantanove anni. Ancora pochi mesi  e la primavera tornerà a fiorire dentro la vasca del tempio di Cibele. Tu sai bene quanto ami l’elicriso e il viburno con cui ero solito intrecciare le colonne diroccate fuori porta. Adesso, mentre ti scrivo,raccolgo qualche fiore di mandorlo e lo osservo,bianco come il mio tempo giunto nel cuore profondo dell’inverno. Alcmane,ieri,mi ha offerto un giaciglio su cui riposare e vesti asciutte in cambio di qualche mio insegnamento. Ma,come tu sai,io non ho da insegnare niente, a nessuno. Mi ha recato in dono ghirlande di pani al papavero,corolle di alghe porporine e folaghe piumate. Ha fatto servire coppe ricolme di vino e calici di sidro. Io sono rimasto in silenzio. Poi,a notte fonda,sono andato a lavarmi con l’acqua del mare e a masticare in silenzio dei petali di loto. Ho bevuto latte di leonessa,con lo sguardo fisso al sonno e alla morte. La notte mi è sembrata dolce come il lino, mentre ricordavo i bei ragazzi di Samo dagli scudi di bronzo,intenti a parlare di amore e chini sulle cetre, nel segreto ombroso dei tralci e dei pampini. Ma sono stanco,e quello che dovevo portare a termine,quello è già compiuto. La morte,che sento molto prossima,è la fine e il termine di ogni cosa: tutto passa e tutto è impermanente. Voler afferrare la vita ed aggrapparsi ad essa è come cercare di contenere il vento tra le mani e l’oceano in una coppa di Corinto. Tu sei ancora giovane,Eubulo,e bello: ciò che tu sei,io fui. Ma verrà il giorno,inevitabilmente,in cui tu sarai ciò che adesso io sono. La vecchiaia è peggiore della morte,e per questo si è soliti dire che muore giovane chi è caro agli dei. Paradossalmente,poi,la stretta della vita e i suoi innumerevoli desideri diventano,invece che placarsi,più forti e più potenti con il passare degli anni. E’ la volontà di afferrare della sabbia che incessantemente ci scorre tra le dita. Ho avuto,cercato e creato una vita del tutto particolare. Una vita,soprattutto,lontana dal mondo degli uomini,dalle loro follie e dai loro miraggi. Sai bene cosa intenda con questo. Ne abbiamo spesso parlato,passeggiando mano nella mano lungo i portici affollati,tra i tramonti divampanti di folgori oppure tra i campi soavi delle corone di mirto. Non me ne pento. Ma,alla fine,lo vedi,niente di niente,e non rimpiango niente. La vita non ha scopo. Basta a se stessa,come tutta la natura nel suo ininterrotto processo di creazione e dissoluzione. Si nasce,si vive per un poco,e poi si muore. Tutto qui. Ogni cosa che noi conosciamo,e consideriamo,in qualche modo,come il reale,è in realtà un nulla, e non c’è altro di reale né di sostanziale al mondo che le illusioni. Siamo come le apparizioni fuggevoli di un sogno,come il miraggio di una goccia di rugiada figlia del cielo e della luna,quella che adesso scrivendoti,osservo nella notte scura tra il volo di folaghe e di alcioni. Non c’è tristezza nel mio cuore. Come l’astro di Sirio essa si è levata nel cesello d’oro della mia giovinezza e della mia maturità. Ma è poi scomparsa,non diversamente dall’incanto umido dei fiori tra le mitre di Lidia. Ora sono soltanto stanco,e spossato dai troppi solstizi,dai succhi dell’alveare dispersi come pupille nel sonno,e dall’avvicendarsi sempre uguale delle stagioni che struggono il cuore. Intreccio corone crespe di viole per la tua giovinezza,ma so che passerà. Anche la tua giovinezza,i conviti degli uomini,il sonno dell’amore nel giardino delle vergini,ogni cosa passerà. Verrà il tempo in cui,bianco come uno sciame di navi compatte,berrai il latte del lino maturo,e nello specchio ti ricorderai campione di gare, il bel Eubulo tra i falò dei canti delle cetre dal suono senza fondo e dei cavalcatori esperti’.ANTONIO DELLA ROCCA

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