Similia similibus o degli opposti che coincidono, sul suicidio e la ‘sete di esistere’

Il Jainismo fu un movimento, contemporaneo al Buddhismo (Mahavira,il fondatore di origini regali,come il Buddha, nacque nel Bihar il 599 a.C.),e come esso si separò nettamente dal corpo centrale dell’Induismo ortodosso. In entrambe le dottrine si predicò la via per vincere il legame con la vita e con le sue infinite miserie,la nonviolenza e l’assunto della mancanza di un qualsiasi dio creatore,come invece attestato nella religione vedica e dalla teologia delle Upanishad. In tutte e due le dottrine il punto centrale concerneva la ‘sete’ di esistere e il modo di liberarsene:’ Dominati alla sete, gli uomini balzano qua e là come lepri incappate nella rete. Soggetti a vincoli e legami, continuamente ed a lungo vanno verso il dolore’. E’ tuttavia interessante notare che verso tale ‘sete’,a prescindere dalle relative pratiche ascetiche per la sua estinzione (si noti: per ‘sete’ quale causa del dolore, e conosciuta come una sorta di conato incoercibile per l’uomo ordinario,si intende tanto quella relativa all’esistenza quanto quella concernente la non-esistenza) jainismo e buddhismo assumono poi posizioni molto differenti. Il desiderio di estinzione della vita, ossia la tendenza al suicidio, è spiegata dal Buddha come “non conoscenza della vera estinzione”, ossia appunto l’estinzione della sete, il “bruciare” gli attaccamenti (Majjhimanikayo,1,1),ed è appunto questa la posizione che poi si ritrova in Arthur Schopenhauer (‘La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia’,in questo niente affatto dissimile dall’,ateo, Poeta recanatese): il buddhismo,dunque,condanna il suicidio in quanto assolutamente contrario ai propri insegnamenti morali (da intendersi in senso molto lato,e in un’accezione eminentemente diversa da quella,ad esempio,cristiana), poiché chi sceglie la morte, ritenendola una soluzione alla sofferenza, non ne ha compreso il reale fondamento. Chi commette suicidio rinascerà e vivrà ancora e comunque,e la ‘sete’non sarà comunque e dunque estinta. Anche il suicida,lo abbiamo detto in precedenza,poi,e alla fine,ama la vita,e se ne libera solo perché essa,in un qualche modo,non gli ha lasciato che altra possibilità di liberarsi da un dolore continuo,e divenuto alla fine,intollerabile,eppure:’eppure anche qui, l’individuo muore; ma il sole arde senza interruzione in eterno meriggio. Alla volontà di vivere è assicurata la vita: la forma della vita è un presente senza fine; non importa che nascano e periscano nel tempo gli individui, fenomeni dell’idea, simili a sogni fugaci’ Diversa,invece la posizione nel jainismo (il quale nel 82 d.C. subì uno scisma che portò alla creazione di due diverse correnti): i Digambara, gli appartenenti ad una delle due posizioni, i cd. vestiti di cielo, noti  per l’astinenza da ogni tipo di possesso, incluso per quanto possibile il cibo e naturalmente i vestiti (da cui il nome),ritennero invece il suicidio ben altrimenti,tanto che, per essi, quello per inanizione venne altamente considerato e anzi venerato come suprema forma di distacco da ogni cosa. Un eventuale parallelismo può,poi,anche darsi (nella relazione sete-dolore) con la tradizione occidentale,e soprattutto con lo Stoicismo romano che,come è noto,non negò affatto la possibilità e l’opportunità del suicidio. Scrive,in merito al problema centrale,Epitteto: ‘Che differenza passa tra desiderare di essere senatore e desiderare di non esserlo?’. In Diatribe IV, 8, 33 egli insegna solo a rimuovere completamente il desiderio, e dirigere l’avversione agli oggetti che dipendono dalla prohàiresis. Poichè nulla si crea,e nulla definitivamente,si distrugge,anche la morte volontaria non può creare che una trasformazione nell’aspetto e nelle sembianze,ma non nell’essenza. Questo,del resto,è altrettanto e assolutamente vero per chi cessi di esistere in maniera cd.’naturale’ (e da qui la soluzione che ‘non può essere demandata che alla coscienza e alle scelte individuali,poiché si ritiene che nessuna risposta possa considerarsi davvero soddisfacente e,alla fine valida in senso assoluto’). Nel buddhismo,e per tali ragioni,si richiede lo sforzo cosciente,costante e consapevole,di allontanarsi dai ‘due opposti’ (ossia ‘simili’): la ‘sete della vita’ e la ‘sete della non-vita’ . Ma potrebbe,ed è,anche questa,solo un’opinione,visto che è vero,come è vero,quanto ho appena citato di Cioran:’ Non c’è modo di provare che è preferibile essere al non essere ’. Antonio Della Rocca

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