Perché me ne sono innamorato: ancora Attila József, un breve accenno a cura di Melinda Tamás Tarr

La brevissima vita del poeta ungherese Attila József fu segnata dalla miseria, dalla sventura e dalla sofferenza; fu rischiarata solo dall’amore per la libertà e dalla fiducia in un futuro migliore per il suo popolo e per l’umanità intera. Egli nacque a Budapest nel 1905, figlio di un operaio che tre anni dopo emigrò abbandonando la famiglia. La madre, per provvedere a lui e alle due sorelle, fece la lavandaia e la domestica e già a 7 anni il piccolo Attila era guardiano di porci. Nel periodo della Prima guerra Mondiale e sùbito dopo fece altri svariati mestieri: distributore di bibite nei cinematografi, fattorino, strillone di giornali, venditore di panini nelle stazioni. La madre nel frattempo morì per una grave malattia consumata dalle fatiche sopportate. Il giovanissimo Attila continuò la serie di mestieri per sopravvivere: mozzo sui rimorchiatori danubiani, precettore in un collegio, bracciante agricolo, istitutore, contabile in una banca. Grazie all’innata intelligenza e alla ferrea volontà, riuscì anche a studiare e nel 1924 si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università di Szeged, da cui fu però cacciato poco dopo per l’ostilità di un professore che non lo riteneva degno di diventare insegnante, colpito dalla cruda sincerità di certi suoi versi. Emigrò allora a Vienna, dove visse facendo pulizie e vendendo giornali. Fu poi a Parigi, dove si iscrisse alla Sorbona, e a Cagnes-sur-Mer (Nizza), dove trascorse un breve periodo felice. Tornato a Budapest, passò in quella Università ma non riuscì a terminare gli studi. Lavorò ancora presso l’Istituto di Commercio Estero, ma fu colpito da una grave forma di nevrosi, aggravata da una delusione amorosa e dall’espulsione dal Partito Comunista clandestino, nel quale militava. Si gettò sotto le ruote di un treno nel 1937, poco dopo il suo 32° compleanno. Attila József iniziò a scrivere prestissimo, ma per le tristi vicende biografiche non riuscì in vita a pubblicare molto. “Non io grido” è il titolo della raccolta edita nel 1924; per alcune poesie ritenute “sovversive” ebbe anche guai all’Università. Un anno dopo la morte, nel 1938, uscì un volume di “Tutte le poesie”. La conoscenza in Italia di József si deve al docente di letteratura greca dell’Università di Genova Umberto Albini, che lo tradusse per gli editori Lerici e Sansoni con straordinaria finezza interpretativa e mirabile perizia metrica, riuscendo a rendere in pieno la suggestiva musicalità del testo originale. A questa versione, che è un vero capolavoro dell’arte di tradurre di tutti i tempi, ci riferiremo per le citazioni. Vasta e varia è la produzione lirica di József. Egli “parla di sé, dei suoi dolori, delle sue angosce, e insieme cerca un colloquio con Dio e con gli uomini. Si sente interprete dei diseredati e dei perseguitati; avverte la miseria della condizione del proletariato, del bracciante e dell’operaio: si sente profeta di un nuovo ordine sociale e vuole essere la voce dei poveri, degli umiliati, degli oppressi” ¹. Tra le molte poesie di József ne abbiamo scelte alcune. “Mia madre” è uno struggente ricordo di colei che gli diede la vita, morta di cancro ancor giovane, dopo una vita sacrificata al duro lavoro per tirare su i figli: “Era mia madre, piccola, moriva presto: / le lavandaie muoiono presto; / le loro gambe si piegano per il gran peso, / la testa fa male dallo stirare…” (vv. 9-12). La reazione dell’uomo coraggioso contro l’inerzia e il servilismo è contenuta in “Autoritratto”: “Era buono, era allegro, ma testardo / se offendevano ciò che riteneva / giusto. Amava mangiare, ed in qualcosa / era fatto ad immagine di Dio…” (vv. 1-4). Dio e il poeta: un rapporto confidenziale e umano, un Dio che come un vecchio padre di famiglia ascolta e consola: “Se tu ridessi, anch’io sarei felice: / ti siederei accanto dopo cena, / tu ti faresti prestare la pipa, / un poco: io tutto ti direi, a lungo” (“Mio Signore”, vv. 17-20). In “Sorgi dalla corrente” traspare la sua profonda religiosità: “Dammi, o Signore, la paura; l’ira / tua – ne ho bisogno; all’improvviso / dalla corrente sorgi, perché il nulla / non mi trascini, il nulla, nei suoi gorghi” (vv. 1-4). La coscienza che nel popolo esiste una forza nuova e la grande fiducia in un prossimo rinnovamento sociale sono i concetti essenziali de “Gli uomini dell’avvenire”: “Essi saranno la mitezza e la forza. / Strapperanno la maschera di ferro / del sapere, perché sul volto l’anima / si veda…” (vv. 1-4). Ne “Gli Ungheresi” notiamo l’ardente speranza, la speranza di un popolo che, come la maggior parte degli altri popoli europei tra le due guerre, è stretto da una morsa dittatoriale e antiliberale: “Ahimè, noi siamo davvero puri; / ci spalanchi le porte la speranza!” (vv. 1-2). “A parte le stoltezze commesse, / a parte il passato, la nostra vita e la nostra fame, / ahimè, noi siamo veramente puri: / che la speranza spalanchi a noi le porte!” (vv. 27-30). In “Epitaffio per un contadino spagnolo” il poeta nota come la morte non risparmi nessuno, anche quelli che, come il contadino arruolato nell’esercito franchista, sono passati solo per paura dalla parte del più forte: “Ebbi timore – e così combattevo / contro la libertà, contro il diritto / sulle mura di Irùn. Dove la morte / mi raggiunse lo stesso.” (vv. 4-7). La poesia “Li conoscete i numeri?” prende spunto dalle cifre isolate scritte su un quaderno di aritmetica che messe insieme fanno grandi numeri per esortare gli uomini all’unione affinché si avvicinino a Dio: “Prendete forza, / badate innanzi tutto / alle cose più semplici, / sommatevi: / perché, moltiplicati enormemente, / possiate in qualche modo avvicinare / Dio, che è infinito” (vv. 11-17). József esalta anche il lavoro degli umili, che con la loro quotidiana, ignota fatica contribuiscono al benessere dell’umanità. È il caso de “I soffiatori di vetro”: “Un grande fuoco accendono i vetrai: / impastano col sangue e col sudore / la materia, che dentro alle caldaie / bolle e diventa chiara, trasparente…” (vv. 1-4). In “Come la Via Lattea”, una delle ultime poesie, riprende il tema della speranza: “Come la Via Lattea / sulle volte che si dilatano / dei cieli in movimento / e come la realtà dopo una febbre acuta / così brilla e risplende, / nella mia anima avida del mondo, / la liberazione dell’uomo…” (vv. 1-7). Attila József conobbe alcune delle personalità più significative del ‘900, tra cui il musicista Béla Bartók e lo scrittore Thomas Mann. A quest’ultimo avrebbe voluto rivolgere un omaggio nel gennaio del ’37, in occasione di una conferenza tenuta da Manna Budapest; ma ne fu proibito dalle autorità governative per allusioni ai regimi totalitari ( gli “Stati-mostro). Ne venne comunque fuori una delle più straordinarie liriche di József, un ritratto a tutto tondo del grande autore de La montagna incantata” [il titolo originale è: “Thomas Mann üdvözlése” (“Salutando Thomas Mann) n.d.r.]: “Come un fanciullo che ormai brama riposare / e già è arrivato sino al quieto letto / e ancora supplica: “Non andartene, raccontami” / (Così la notte non gli piomba sùbito addosso), / e quando il suo cuoricino batte in grande angoscia, / forse non sa neppure lui qual è il suo vero desiderio, / se la favola o averti accanto, / così noi ti preghiamo: siediti fra di noi, racconta…” (vv. 1-8). “Noi ti ascoltiamo: e ci sarà chi semplicemente / ti guarda, e si rallegra di vederti oggi qui: / fra tanti bianchi un europeo” (vv. 34-36). Non bisogna mai arrendersi alle barbarie e lottare sempre, lavorare puntualmente ogni giorno, “anche se un altro / trarrà profitto dalla tua fatica”: è questo il messaggio di “Non esser come il vento” [il titolo originale è: “Ne légy szeles” (“Non esser sbadato”) n.d.r.], una delle ultime poesie di József, brevissima e molto significativa; “Solo così vale la pena”, conclude il poeta. Poco tempo dopo aver scritto la poesia “Compleanno”, Attila József poneva volontariamente fine alla propria travagliata esistenza gettandosi sotto un treno; la scrive nell’angolo di un caffè (v. 6), è un piccolo regalo che offre a se stesso, ora che sono “fuggiti” i suoi anni. “La disperazione causata dalla solitudine, dal distacco dalla donna amata e dai compagni, dalla mancanza di lavoro, dalla falsità dei rapporti sociali, si esprime qui in ritmi leggeri, quasi cantati, che non nascondono però la profondità del dolore” ². L’autore rievoca la sua triste giovinezza, l’espulsione dall’Università di Szeged ad opera dell’esimio professor Antal Horger, che bollò i suoi versi “Non ho padre né madre, / non ho patria né Dio ” come “sovversivi” e lo diffidò ferocemente: “Mai lei su questa terra / insegnerà, finché / mi rimanga / del senno” (vv. 29-32). Ma se quel crudele maestro è felice che il poeta non abbia più potuto concludere gli studi, “è una futile gioia: / io diverrò maestro / al mio popolo / intero” (vv. 37-40), proclama con orgoglio József. Sì, egli è conscio di aver contribuito all’elevazione morale del suo popolo e si inserisce con giusto orgoglio nel nòvero dei grandi poeti-vati che hanno fatto il Risorgimento europeo e che ora lottano contro le dittature e la cui passione per la libertà sarà sempre di mònito per le generazioni future.

2 Risposte to “Perché me ne sono innamorato: ancora Attila József, un breve accenno a cura di Melinda Tamás Tarr”

  1. Mttb Says:

    Gentile Antonio Della Rocca,
    per correttezza devo correggerLa: Lei sbaglia citare il mio nome, perché questo accenno è opera del Prof. marco Pennone, un mio collaboratore. Lei ha prelevato questo saggio dal servizio intitolato «Cent’anni fa nacque Attila József» a mia cura, in cui ho anche un saggio da me firmato dalla pagina web http://xoomer.virgilio.it/bellelettere2/attilajozsefcentenario.htm .
    Lei ha omesso l’obbligatoriamente dovuta citazione – anche se ha soltanto riportato il pezzo nel suo blog e non in una testata giornalistica – della fonte precisa (titolo del servizio, numero della rivista «Osservatorio Letterario» NN. 43/44 2005 e l’indirizzo della pagina web) della rivista.
    Cordiali saluti,
    (Dr.ssa) Prof.ssa Melinda Tamás-Tarr

  2. adierre Says:

    Presa nota,come dovuto. Cordialmente

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