Cioran o dello scandalo perenne

‘Cioran è stato un acuminato pensatore e magistrale prosatore. Le sue parole taglienti sono state la testimonianza preziosa di un Novecento in disfacimento. Ogni suo libro ha rappresentato un’autentica pugnalata al cuore di un tempo che non ha mai rinunciato alla sua decomposizione. Senza finzioni, il suo anticonformismo ha sempre tenuto conto di una verità, la sua che in maniera trasgressiva non si è mai sottratta allo squartamento dell’esistenza. Cioran era consapevole di suscitare l’ira dei moralisti e dei benpensanti. “A cosa serviranno i miei libri? A imparare?. No di certo, per imparare basta andare a scuola. No io credo che un libro debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalla mia sofferenza, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione”. Cioran era solito considerare ognuno dei suoi libri come una ferita che si apre nella coscienza di ogni lettore, non lasciandolo mai uguale a com’era prima di leggerlo.Troviamo conferma di tutto questo anche nell’epistolario dello scrittore rumeno. Mario Andrea Rigoni pubblica una scelta delle lettere che Cioran gli ha inviato. Il primo incontro tra i due risale agli inizi degli anni Settanta e il loro rapporto d’amicizia sarebbe continuato fino alla morte di Cioran, avvenuta nel 1995. Si deve a Rigoni la conoscenza in Italia dell’opera di Cioran. Egli ha curato e tradotto, presso l’editore Adelphi, quasi tutti i suoi libri. In mon cher ami (Il notes magico, pp.110, euro 13) si leggono pagine che rivelano un Cioran autentico che smaschera se stesso, andando oltre la sua stessa opera. L’epistolario consente di approfondire aspetti fondamentali legati alla personalità e all’opera di Cioran. “Da un certo momento in poi, l’arte di vivere si riduce all’arte di rifiutare. Non pretendo di essere esperto. Ma di fatto ci sono i giorni in cui devo praticarla in un modo o nell’altro”. Così Cioran descrive all’amico italiano la sua attività intellettuale, sempre assediata del tedio e dalla malinconia. Nelle lettere lo scrittore parla soprattutto di Giacomo Leopardi. Confessa a Rigoni di essere commosso da tutto quello che il poeta di Recanati ha scritto, perché “il tedio è davvero il fondamento di tutto ciò, o se si vuole, il solo sentimento legittimo di fronte alla vacuità universale”. La figura di Leopardi rappresenta uno dei motivi ricorrenti nelle lettere scritte da Cioran. A varie riprese lo scrittore si sofferma sul poeta per ribadire il legame che lo unisce alla sua opera: “Niente di ciò che riguarda Leopardi mi è estraneo”, scrive in una lettera del Settembre 1979. Anche Cioran, come Leopardi, è convinto che chi incontra la malinconia le resta fedele sino alla fine dei suoi giorni. In queste missive emerge tutta la forza del pensiero frammentario di Cioran, che denuncia il dramma e la miseria delle ideologie. Sempre con una punta di malessere, che ha la sua origine nell’inconveniente di essere nato, Cioran parla della situazione politica in Italia. Lo fa con una lucidità disarmante. Così commenta l’uccisione di Aldo Moro: “Proprio ora apprendo la terribile notizia. Questi signori delle Brigate Rosse, se per assurdo si impadronissero dello Stato, infleggerebbero all’Italia un regime di tipo cambogiano. Tutte queste tragedie a causa dell’Utopia!”. Con la stessa lucidità, convinto che la libertà non si confà all’uomo, la tirannia nemmeno, scrive parole forti sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. “Sono al corrente della situazione in Italia. La follia criminale di Bologna ci ha tutti sconvolti. Bisognerebbe estirpare tutte le ideologie e, prima di tutto, il bisogno di credere. Uno scettico non maneggia mai la dinamite…”. Nell’epistolario di Cioran c’è tutto il Cioran che conosciamo, e qualcosa di più. Accanto al pessimista che sostiene non esserci nessuna via d’uscita per colui che oltrepassa il tempo e insieme vi si impantana, troviamo l’uomo che si abbandona alla sua ultima solitudine e sprofonda nell’apparenza. Queste lettere si leggono come veri e propri lampi profetici che riassumono lo stile aforistico, tipico della prosa di Cioran. È lui stesso a parlarci della sua “mania epistolare” in uno scritto, mai apparso in italiano, pubblicato nel 1984 nella Nouvelle Revue Francoise. Adesso finalmente lo leggiamo alla fine di questo epistolario, tradotto da Roul Bruni. Cioran racconta che avendo avuto il vantaggio di essere uno sfaccendato, ha scritto un numero considerevole di lettere. La lettera per lo scrittore è una conversazione con un assente, il primo contatto con la solitudine. “Cercata la verità su un autore nella sua corrispondenza piuttosto che nella sua opera”. Il lettore, dopo aver dato un’occhiata a alle lettere scritte da Cioran, non si potrà sottrarre a quest’invito. Scopriranno, invece, un Cioran intimo come mai lo hanno conosciuto leggendo i suoi libri. Un Cioran che usa sempre le parole per pugnalare il suo tempo, e poi frugare nelle ferite. Nell’ambito del pensiero filosofico e non Cioran si colloca tra quelle figure che esulano dai canoni stabiliti dalle epoche e dai sistemi, che non fanno parte di nessuna corrente o scuola. Anche queste lettere ci mostrano il suo stile caustico, diretto, e profondamente emotivo. In questo contesto epistolare si capisce che egli scrive non per diffondere le proprie idee ad un pubblico, bensì per dissipare la propria sofferenza, derivante da un’insonnia vigile e costante che lo conduce sempre sull’orlo di un precipizio. Il suo pensiero è in grado di scuotere chiunque, perché egli ha fatto dello scandalo uno stile di vita, dell’arte un’esplosione di sentimenti, della scrittura una ragione di vita da non prendere troppo sul serio’. (articolo tratto da: confronto.it)

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