Nietzsche: Che cosa è aristocratico? 261

Fra le cose, che ad un uomo aristocratico riescono difficili a comprendersi, si trova certamente la vanità: egli si sentirà tentato di negarla, anche là dove un uomo di un’altra specie sisentirà di toccarla con mano. Per lui è un vero problema quello d’immaginare degli uomini che cerchino di destare in altri una buona opinione sul proprio conto, che essi di se stessi non hanno, e per conseguenza non si « meritano » – e ciònondimenofiniscono per credere in quella buona opinione da altri sul loroconto concepita. Tutto ciò gli appare in parte tanto di cattivo gusto e così irriverente verso se stessi, in parte tanto baroccamente irragionevole, che egli si sente quasi preso dalla voglia di considerare la vanità quale un’anomalia, e di dubitare che esista nella maggior parte dei casi. Egli dirà, per esempio: « io posso sbagliarmi nel giudicare del mio proprio valore, ma pretendere ciònondimeno che il mio valore sia riconosciuto da altri nella stessa misura da me, forse erroneamente, assegnata, – ma codesta non é vanità (potrà esser « presunzione », anzi, nei casi più frequenti, ciò che si chiama « umiltà » e anche « modestia »).Oppure: io posso avere molte buone ragioni per andar lieto del buon concetto, in cui gli altri mi tengono, forse perché provo rispetto per loro, perché li amo e mi rallegro nel vederli soddisfatti sul mio conto, forse anche perché la buona opinione che hanno di me mi rafforza e mi conferma nella mia, forse anche perché la buona opinione degli altri, anche quando non sia da me condivisa, mi é o può essermi utile, ma tutto ciò é ancor lontano dalla vanità . L’uomo aristocratico non può immaginarsi sennonché con un grande sforzo, ed anzitutto con l’appoggio della storia, che da tempi immemorabili, in tutte le classi di popolo, in uno o nell’altro modo dipendenti, l’uomo volgare non sia stato se non quello, che lo dimostra l’apparenza: – non essendo nullamente abituato a stabilire dei valori da se stesso, questi non attribuiva a sé stesso altro merito all’infuori di quello attribuitogli dai propri padroni (é il vero diritto padronale quello di creare dei valori). Si può concepire quale conseguenza d’un mostruoso atavismo il fatto, che ancor adesso l’uomo comune attende sempre l’ opinione degli altri sul suo proprio conto e si assoggetta istintivamente alla medesima: e non soltanto alla « buona » opinione, ma anche ad una cattiva ed ingiusta (si pensi un po’ alla maggior parte degli apprezzamenti e deprezzamenti del proprio essere, che le donne apprendono dai propri confessori, ed in generale il cristiano credente dalla sua Chiesa). Ed infatti a seconda del lento sopraggiungere di un ordine di cose democratico (e della sua causa, l’ incrocio di razze padronali e servili), l’impulso, originariamente aristocratico e raro, d’attribuirsi da se stessi in valore e di «pensar bene » di se stessi, si sentirà incoraggiato ed andrà dilatandosi: ma egli avrà contro , di sé un’inclinazione più inveterata, più diffusa e più incarnata – ch’è il fenomeno della « vanità » e questa inclinazione più antica prenderà il sopravvento sull’altra. L’uomo vano gode d’ ogni giudizio favorevole espresso sul di lui conto (e ciò anche indipendentemente dal punto di vista dell’utilità e della verità o falsità di quel giudizio), allo stesso modo ch’egli soffre di ogni giudizio che suona a lui sfavorevole, giacché egli si assoggetta a tutti e due, egli si sente sottomesso ai medesimi in virtù di quell’antichissimo istinto della soggezione, che ogni qual tratto in lui ricompare. – Vi è dello « schiavo » nel sangue dell’uomo vano, un residuo dell’astuzia servile, e quanta parte dello « schiavo » é ancor insita nella donna! – e ciò fa sì che egli cerchi di sedurre gli altri a tenerlo in buon conto; lo stesso « schiavo » che poi subitamente cade genuflesso dinanzi all’opinione altrui, da lui stesso provocata. – Diciamolo ancor una volta: la vanità é un atavismo.

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