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Il Dandysmo estremo di Jacques Rigaut: un articolo di Amedeo Di Sora

31 maggio 2009

C’’è gente che fa soldi, altri fanno i matti, ed altri ancora dei figli. C’è chi fa dello spirito. C’è chi fa l’amore, e chi fa pena. Da quant’è che cerco di fare qualcosa! Non c’è niente da fare: non c’è niente da fare. (Jacques Rigaut). Il dandy è sempre un esule, uno straniero casualmente e temporaneamente collocato in un “mondo” che non gli appartiene e da cui non subisce condizionamento alcuno. L’essenza del dandysmo consiste nel narcisismo delle sfumature, delle minime differenze, fino a sfociare nell’indifferenza assoluta: la differenza dell’indifferenza. La toeletta scandisce gli attimi eterni di un tempo “sacro”, in cui il tempo “reale” viene irretito nei gesti lenti e solennemente futili di una vestizione che prelude alla morte e la cravatta, di tutti gli elementi che formano la toeletta, è il più significativo, perché è il più prossimo al nulla. “(…) Usciva, già si stava annodando la cravatta. Abbassò le mani per guardarsi meglio nello specchio, che lo riflesse come l’acqua di un pozzo (…) Acqua immobile. Avrebbe voluto fissare in questa immobilità apparente la sua immagine perché ad essa potesse afferrarsi il suo essere minacciato di subitanea dissoluzione”. Così Drieu La Rochelle, in un passo di Le feu follet , riferendosi ad Alain, il protagonista del racconto che altri non è se non Jacques Rigaut, scrittore ed amico suo carissimo, morto suicida nel 1929. Già nel ’23, Drieu gli aveva dedicato un altro racconto, La valise vide, ad indicare il bagaglio con il quale, simbolicamente, viaggia il protagonista Gonzague. È per questo che egli, alla morte dell’amico, vergò un sentito e sofferto commiato dal titolo Adieu à Gonzague, nel quale inseriva Rigaut nella schiera dei dandies e lo raffrontava a Lord Brummel come bevitore e come amatore. Jacques Rigaut, della cui vicenda Georges Hugnet ci fornisce in L’aventure Dada 1916-1922  un profilo efficace, si sforzò pigramente di trovare nei sogni, nelle donne, nel denaro, nella droga e nel culto del suicidio degli ancoraggi (che ben sapeva illusori) alla sua esistenza sospesa nel tragico. Tutto si risolveva nel Nulla. Rigaut fu dadaista e surrealista marginale: entrambi i movimenti furono contrassegnati da un’ideologia del negativo. In particolare, come ha scritto A. Bonito Oliva, “la produzione artistica, l’impossibilità di identificazione con l’oggetto prodotto, provoca nell’artista surrealista una tensione verso la morte, proposta a due livelli: come sublimazione ed introiezione del tema negativo nell’opera e come gesto reale, il suicidio” . Un libro dovrebbe essere un gesto: questo aforisma di Rigaut è, nella sua lapidarietà, folgorante. Ancora Drieu: “Non si affrettava, anzi, rallentava tutti i suoi gesti, ad acuire il proprio desiderio (…). La sua dissolutezza era puramente mentale. La sua presa di possesso del mondo si sarebbe risolta in un unico gesto e questo gesto non si sarebbe rivolto verso le cose”. Come ha spiegato in un bel saggio Giorgio Agamben , il dandy (e con lui il poeta moderno, erede dell’esperienza baudelairiana) si fa interprete del tentativo di instaurare con le cose un nuovo rapporto basato sull’ “appropriazione dell’irrealtà”. Per sottrarsi alle spire dell’utile, per non essere comunque “segnati” dal processo di mercificazione, bisogna scientemente divenire “altro da sé”, farsi altro, dismettere la condizione di viventi, riassumere resistenza in una serie di gesti devitalizzati, diventare, come scrive Balzac nel suo Traité de la vie e1égante, “un manichino estremamente ingegnoso”.Ma Jacques Rigaut non seppe “impegnare tutto il proprio pensiero in ognuno dei propri gesti” ed il suo fu un dandysmo “estremo”. Certamente, gli elementi distintivi del dandysmo, anche se estenuati, sono chiaramente riscontrabili nella vicenda esistenziale ed artistica di Rigaut: il rapporto con la donna ed il rifiuto del matrimonio, ad esempio. “Il dandy è contro il matrimonio, la codificazione dell’amore ed il suo impossibile imprigionamento, in vista della trasformazione, della finalizzazione del sentimento alla produzione di bambini (…) Avversario dichiarato della banalità e della ripetizione, il dandy preferisce alla rassegnata stanchezza del talamo le incertezze e rinstabilità degli amori fugaci. In tal modo contrappone, alla falsa eternità del rapporto coniugale, il tempo reale dell’amore, in cui un secondo s’allarga e s’approfondisce, sino a comprendere in sé l’infinito, proprio a patto di non volersi infinito, imperituro”. Ciò che G. Scaraffia scrive nel suo Dizionario del dandy alla voce “Donna” è in sintonia con le parole pronunciate dal Alain-Jacques in un passo di Le feu follet: “sono votato al celibato”. Ed il rifiuto del matrimonio si accompagna con un tormentato, problematico ed “improduttivo” rapporto con le donne: creature distanti, aliene, illusorie parvenze capaci al con tempo di attrarre e di respingere .”Una delle più sicure ragioni del fallimento di Alain era di non aver mai ammesso francamente di essere quello che era, un pigro amato dalle donne” . Altra caratteristica fondamentale del dandysmo: la pigrizia. Anche il dandy Rigaut (pur senza ostentazione) si veste d’indolenza e di languore per difendersi da un mondo che ha definitivamente inalberato la bandiera della più frenetica quanto fittizia attività, basata sul mito del lavoro e della produttività ad oltranza .Poi: un particolarissimo gusto della pagina scritta e stampata, la ricerca di una discrittura che, ironicamente, sappia distanziarsi dalla scrittura convenzionale come dalle Sacre Scritture. E Rigaut, come Vache, non fu un “professionista” della poesia: “per lui la vita era soltanto gesto, e non pensiero”.Il suicidio. A questo passo Jacques Rigaut si preparò con metodo scrupoloso, attivando un rituale quotidiano. Sappiamo che egli soleva coricarsi ogni notte con una rivoltella sotto il cuscino ed affermava di viaggiare sempre con il suo “suicidio all’occhiello”. Aveva perfino ironicamente progettato l’istituzione di un’Agenzia Generale del Suicidio . Sappiamo bene che l’idea della morte, la coscienza della sua costante presenza è componente costitutiva del dandysmo e che il dandy, cultore del gesto, non può non essere attratto fortemente dal richiamo seducente del “gesto estremo”. Cavaliere del nulla, in bilico sempre tra la vita e la morte, con la quale è solito “giocare” senza timore, egli stesso perinde ac cadaver, secondo la definizione di Baudelaire, il dandy che con il suo gesto sa dissipare ogni falsa realtà, che in un attimo è capace di racchiudere l’intera esistenza, con il suicidio intende definitivamente appropriarsi della morte e, riprendendo in mano la direzione della propria esistenza recuperando la propria libertà, aderire finalmente alle cose.Baudelaire scrive nei Journaux intimes : “Il Dandy deve aspirare a essere sublime, senza tregua. Deve vivere e dormire davanti a uno specchio”. Negli scritti frammentari, nei fusées di Rigaut esiste una vera e propria ossessione dello specchio che, in quanto strumento di duplicazione dell’imago individuale, rimanda ancora e sempre all’idea della morte e del suicidio. L’emersione di una figura di sosia rappresenta, dal punto di vista psicoanalitico, un’invasione dell’inconscio nel campo della coscienza, che viene interpretata come “ritorno del rimosso” e che, al di là di ogni controllo possibile, fa riaffiorare l’angoscia della morte di cui la comparsa del Doppio reca con se un chiaro ed inquietante presagio. A questo proposito, esiste una copiosa letteratura psicoanalitica alla quale il lettore può fare -se lo ritiene utile- ricorso. Analizziamo, ora, la descrizione che Rigaut ci fornisce, nei minimi particolari, del suo “passaggio nello specchio” a Oyster Bay: “Il 20 luglio 1924, a Oyster Bay, in casa di Cecil Stewart, ho compiuto quest’incredibile prodezza. ci sono testimoni -ho preso una breve rincorsa e a fronte bassa ho attraversato lo specchio. È stato facile e magico -un leggero taglio sulla fronte, ferita impercettibile e fatale. Da allora, mentre prima ogni specchio portava il mio nome, ora sono io che dall’altra parte vi rispondo, sono io che vi informo, sono io che vi plasmo (…) “.A differenza del Dandy baudelairiano, il dandy Rigaut non si accontenta di vivere e di dormire davanti a uno specchio; egli decide di compiere una straordinaria impresa: passare al di là dello specchio. Sotto lo pseudonimo di Lord Patchogue, Rigaut esprime la tensione a farsi specchio egli stesso: “Lord Patchogue e la sua immagine si fanno lentamente incontro l’uno all’altra. Si studiano in silenzio, si fermano, s’inchinano. Da quale vertigine è stato colto Lord Patchogue. Fu breve, facile e magico: Lord Patchogue si è lanciato a testa bassa (…). Lo specchio all’urto, al trapasso, vola in pezzi, ma in quanto a lui eccolo dall’altra parte (…) Sola a sanguinare impercettibilmente era la fronte di Lord Patchogue (…). All’indomani due operai vennero a sostituire lo specchio. Una volta terminato il loro lavoro, Lord Patchogue era scomparso” . L’attraversamento dello specchio indica, a nostro avviso, il tentativo disperato di oltrepassare la soglia della morte, di non morire. Solo mandando in frantumi la propria immagine, il proprio doppio, solo sostituendosi all’imago, rinunciando volontariamente alla condizione di individuo “organico” per farsi semplice riflesso-ombra, si può evadere dalla condizione di mortale: “(…) Quando la stanchezza avrà sopraffatto Lord Patchogue nel suo posto d’osservazione, insieme con la certezza di non ottenere nient’altro che una conferma, egli si girerà, dietro di lui è uno specchio ed è ancora Lord Patchogue che si guarda. In preda a un terrore che non fa che aumentare nel contemplarsi, ognuno dice all’altro: io sono un uomo che cerca di non morire, e per la seconda volta Lord Patchogue si lancia attraverso lo specchio. Fracasso, vetri in frantumi. Lord Patchogue è in piedi di fronte a un nuovo specchio, di fronte a Lord Patchogue. La ferita sulla fronte riprende a sanguinare. Lord Patchogue ripete: sono un uomo che cerca di non morire, e quando attraversa il terzo specchio in mezzo a un rumore ormai familiare, sa che incontrerà Lord Patchogue la cui fronte sanguinerà ancor più nel quarto specchio e che gli dirà: sono un uomo che cerca di non morire. Il che avviene. Adesso lo sa, non potrà far altro che rompere vetri: l’occhio che guarda l’occhio, che guarda l’occhio, che gua…” . Non si può passare una vita a frantumare specchi: è troppo faticoso e troppo vano. C’è sempre quella fastidiosa ferita sulla fronte e, soprattutto, quell’occhio che guarda l’occhio, quello sguardo mortale. In fondo, è meglio chiuderlo quell’occhio, non vedere più, scomparire finalmente alla vi(s)ta.

Egon Schiele-41

30 maggio 2009

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