Archive for aprile 2009

Per uno schiaffo al gusto corrente, 1912

30 aprile 2009

‘A chi ci legge il nuovo, il primigenio, l’imprevisto.

Soltanto siamo il volto del nostro tempo. Il corno del tempo risuona nella nostra arte verbale.

Il passato è angusto. L’accademia e Puškin sono più incomprensibili dei geroglifici.

Gettare Puškin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc., ecc., dalla nave del nostro tempo.

Chi non dimenticherà il primo amore non conoscerà mai l’ultimo.

Chi, credulo, concederà l’ultimo amore alla profumata libidine di Balmont? Si riflette forse in essa l’anima virile del giorno d’oggi?

Chi, pusillanime, si rifiuterà di strappare la corazza di carta dal nero frac del guerriero Brjusov? O forse si riflette in essa un’aurora di inedite bellezze?

Lavatevi le mani, sudicie della lurida putredine dei libri scritti da questi innumerevoli Leonid Andreev.

A tutti questi Maksim Gorkij, Kuprin, Blok, Sologub, Remizov, Averčenko, Čërnyj, Kuzmin, Bunin, ecc., ecc., occorre solo una villa sul fiume. Questa ricompensa riserba il destino ai sarti.

Dall’alto dei grattacieli scorgiamo la loro nullità!

Ordiniamo che si rispetti il diritto dei poeti:

ad ampliare il volume del vocabolario con parole arbitrarie e derivate ;

a odiare inesorabilmente la lingua esistita prima di loro;

a respingere con orrore dalla propria fronte altèra la corona di quella gloria a buon mercato, che vi siete fatta con le spazzole del bagno;

a stare saldi sullo scoglio della parola “noi” in un mare di fischi e di indignazione.

E, se nelle nostre righe permangono tuttora i sudici marchi del vostro “buon senso” e “buon gusto”, in esse tuttavia già palpitano, per la prima volta, i baleni della nuova bellezza futura della parola autonoma’.

Dichiarazione collettiva, datata dicembre 1912 e firmata da David Burljuk, Aleksandr Kručënych, Vladimir Majakovskij e Viktor Chlebnikov, inizio del Futurismo in Russia.

Vladimir V.Majakovskij : Ancora Pietroburgo

30 aprile 2009

Negli orecchi i frantumi di un accaldato ballo

E dal Nord – più canuta della neve – una nebbia

Dal volto di cannibale assetato di sangue

Masticava gli insipidi passanti.

Le ore incombevano come un volgare insulto,

Incombono le cinque e sono poi

Le sei – ci sta a guardare dal cielo una canaglia

Maestosamente come un Lev Tolstoi.

Vladimir V.Majakovskij : La nostra marcia

30 aprile 2009

Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!

In alto, catena di teste superbe!

Con la piena del secondo diluvio

laveremo le città dei mondi.

Il toro dei giorni è screziato.

Lento è il carro degli anni.

La corsa il nostro dio.

Il cuore il nostro tamburo.

Che c’è di più divino del nostro oro?

Ci pungerà la vespa d’un proiettile?

Nostra arma sono le nostre canzoni.

Nostro oro sono le voci squillanti.

Prato, distenditi verde,

tappezza il fondo dei giorni.

Arcobaleno, dà un arco

ai veloci corsieri degli anni.

Vedete, il cielo ha noia delle stelle!

Da soli intessiamo i nostri canti.

E tu, Orsa maggiore, pretendi

che vivi ci assumano in cielo!

Canta! Bevi le gioie!

Primavera ricolma le vene.

Cuore, rulla come tamburo!

Il nostro petto è rame di timballi.

Vladimir Vladimirovič Majakovskij – 3

30 aprile 2009

Vladimir Vladimirovič Majakovskij - 3

Vladimir V.Majakovskij : Eppure

30 aprile 2009

La via sprofondò come il naso d’ un sifilitico.

Il fiume era lascivia sbavata in salive.

Gettando la biancheria sino all’ ultima fogliuzza,

i giardini si sdraiarono oscenamente in giugno.

Io uscii sulla piazza

a mo’ di parrucca rossiccia

mi posi sulla testa un quartiere bruciato.

Gli uomini hanno paura perchè dalla mia bocca

penzola sgambettando un grido non masticato.

Ma, senza biasimarmi nè insultarmi,

spargeranno di fiori la mia strada, come davanti a un profeta.

Tutti costoro dai nasi sprofondati lo sanno:

io sono il vostro poeta.

Come una taverna mi spaura il vostro tremendo giudizio!

Solo, attraverso gli edifici in fiamme,

le prostitute mi porteranno sulle braccia come una reliquia

mostrandomi a Dio per loro discolpa.

E Dio romperà in pianto sopra il mio libriccino!

Non parole, ma spasmi appallottolati;

e correrà per il cielo coi miei versi sotto l’ ascella

per leggerli, ansando, ai suoi conoscenti.