Archive for settembre 2008

Kyon

30 settembre 2008

Dopo la morte di Socrate, la “filosofia socratica” fu insegnata ad Atene (dalla quale , unico tra i discepoli, non si era allontanato) da Antistene (444-365). Questi (in accesa polemica con Platone, che contemporaneamente a lui si proclamava l’autentico rappresentante della dottrina socratica), sosteneva che non è possibile costruire un discorso conoscitivo sulla realtà, fatta di tante entità individuali irriducibili l’una all’altra, data l’ovvia premessa, e oggettiva constatazione, che qualsiasi entità ha un proprio nome, e che è dunque l’unico “segno” che di essa abbiamo a disposizione. Con tale presupposto risulta allora evidente che non è possibile costruire un qualsiasi discorso scientifico sulle cose, perché di ciascuna di esse possiamo dire soltanto che è se stessa,e niente altro che se stessa : l’albero in quanto albero, il cane in quanto cane, e via discorrendo: in poche parole le scienze,tutte le scienze,non sono altro che ‘finzioni’, e per di piú  del tutto inutili. Antistene fondò una sua scuola, che fu chiamata “cinica” perché i suoi seguaci predicavano e conducevano una vita svincolata da ogni e qualsiasi legame familiare o politico, al di fuori di tutte le convenzioni sociali: una vita, in altri termini, del tutto simile a quella dei cani,i quali sono liberi da qualsiasi legame, e perciò pienamente autosufficienti. La scuola aveva sede nel ginnasio di Cinosarge (= dell’agile cane) in Atene. Gli aderenti a questo tipo di ‘pensiero’ furono di fatto i rappresentanti di una filosofia “popolare” che continuò a sussistere per molto tempo nell’ambito della cultura greca ed ispirò anche generi letterari, tra i quali famosa fu la satira; anche quando i loro insegnamenti confluirono particolarmente nelle dottrine degli Stoici (a partire dalla fine del IV secolo a.C.), l’atteggiamento “cinico” rappresentò sempre l’anima popolare dello stoicismo, parallela e contrapposta all’ispirazione aristocratica e colta di quella scuola. La polemica sofistica (Antistene fu allievo di Gorgia, oltre che il Socrate) contro la convenzionalità delle leggi si trasformò così nei Cinici in un rifiuto totale delle regole della convivenza sociale e politica (anche con la pratica,ad esempio nel falsificare la moneta corrente) , non concedendo nulla alle cd. regole morali. ’I cinici professavano una vita randagia e autonoma. L’ ideale diventò per essi l’autosufficienza totale (quella del saggio, condotta fino all’assoluta indipendenza dal mondo esterno, secondo il termine greco autàrkeia, ovvero autarchia, la capacità di detenere il totale controllo su sè stesso) : il cinico (in quanto per esso il tratto fondamentale dell’uomo era la sua “animalità” istintiva e non mediata, quel tratto che più lo avvicinava alla sua essenza, eminentemente naturale) era prima di tutto un autarchico, vale a dire l’individuo che bastava a sè stesso, e che poneva al centro l’uomo, prima ancora, e di molto, della società presa nel suo complesso. Cfr:’ Si può considerare il cinico come l’archetipo del moderno anarchico, del contestatore, quando non addirittura l’ispiratore della “filosofia” punk. Il cinico infatti rifiutava l’incivilimento, e con esso l’autorità politica, le tradizioni e le convenzioni sociali, il tutto affiancato da una buona dose di individualismo’, portando alle estreme conseguenze il pensiero individualistico e utilitaristico proprio della sofistica. Il più famoso esponente della corrente di pensiero fu appunto Diogene di Sinope, il quale antepose l’esempio pratico alla teoria, tanto da non lasciare nulla di scritto, in modo non dissimile da Socrate (‘la leggenda vuole che abitasse nudo in una botte e che girasse nottetempo con una lanterna, a sua detta, per cercare l’uomo: l’’unica cosa che possedeva era un mantello logoro e una ciotola per bere, di più non gli bastava per essere felice. Mangiava e beveva quello che trovava, viveva all’ombra degli alberi, dormiva sotto il cielo stellato…. Gli bastava vivere, e nient’altro. Si narra che avendo visto un cane abbeverarsi direttamente da una pozzanghera, gettò via anche la ciotola che possedeva, perché si era reso conto che non gli era più necessaria’). Cfr. ancora :’ Il cinismo non lasciò nulla di scritto, poiché ciò era contro l’essenza del suo stesso insegnamento. Tutto quello che rappresentava un qualche incivilimento non interessava o era rifiutato, e dunque a maggior ragione la scrittura, prodotto di punta della civiltà. Ai cinici non interessava nemmeno l’indagine naturale, la logica, la scienza dei numeri, la politica, l’impegno civile. Forse gli animali ne facevano uso? Era necessario, tutto questo, per la sopravvivenza? I cinici pensavano senz’altro di no. Ciò che interessava loro era l’atto stesso del vivere, non tanto predicare la filosofia, quanto viverla. Se Socrate aveva messo sopra ogni cosa la ricerca di sé, Diogene riteneva superflua ogni altra necessità, soprattutto l’affanno della civiltà e delle convenzioni sociali. Non vi era nulla di accademico ed aulico nel vero cinismo, ma solo l’imperturbabile capacità di vivere seguendo l’istinto naturale di sopravvivenza. Il cinico desiderava essere in primo luogo la realizzazione stessa della sua filosofia’.

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Un articolo di Ben Best

30 settembre 2008

I have long been inspired by the apocryphal story that “Diogenes of Sinope” went about ancient Greece vainly searching for an honest man. But I have no interest in being his apologist. Since there is no authenticated historical documentation about him I will relate some of the tradition about his life more from the point of view of intrinsic interest than from concern for historical accuracy. A major source of information is the third century (AD) Roman doxographer Laetius Diogenes, from whom much that follows is taken.

“Cynicism” of ancient Greece and Rome derives its name from the Greek word for “Dog”. Aristotle refers to Diogenes as “The Dog” and Diogenes seems to have accepted the nickname. Cynicism was not a “school of philosophy”, but rather an “erratic succession of individuals” which can be said to have begun with the philosopher Antisthenes. Antisthenes, an intimate and admirer of Socrates, disclaimed refined philosophy believing that the plain man could know all there is to know. Antisthenes was probably more consciously philosophical though less clever than his pupil Diogenes. Antisthenes emphasized moral self-mastery and is said to have rejected government, property, marriage and religion. But while property was regarded as an encumberance by Antisthenes, Diogenes was not above stealing, claiming “all things are the property of the wise”.

The objective of Cynicicsm was self-sufficiency (“autarkeia”) and the cynic virtues were the qualities through which freedom was attained. The most important virture was callousness or apathy, which had to be attained through training. Another virtue was ruggedness or endurance. The lower animals were to be emulated insofar as they were independent of clothing, shelter and the artificial preparation of food. Cynics sought to disregard laws, customs, conventions, public opinion, reputation, honor and dishonor. The Greek satirist Lucian represents a Cynic as saying: “Scruple not to perform the deeds of darkness in broad daylight. Select your love adventures with a view to public entertainment.”

Diogenes was born in Sinope, an Ionian colony on the Black Sea. His father was responsible for the minting of coins and when Diogenes took to adulterating the coins with base metals he was banished from the city. He went to Athens with his slave Manes. Soon after, Manes fled. When Diogenes was advised to chase his runaway slave he replied, “It would be absurd if Manes can live without Diogenes, but Diogenes cannot get on without Manes”.

In Athens Diogenes sought Antisthenes as his mentor. Antisthenes ordered him away and eventually beat him with his staff. Diogenes is quoted as saying, “Strike, for you will find no wood hard enough to keep me away from you, so long as I think you’ve something to say.” The persistance of Diogenes broke the resistance of Antisthenes.

The record of explicit philosophy by Diogenes is meagre. He observed that if the flute-player or athlete were to devote their efforts towards training their mind or moral conduct the results would not be unprofitable. He also noted that just as those who are accustomed to a life of pleasure feel disgust when they experience the opposite, those habituated to a lack of pleasure seem to derive more pleasure from despising pleasure. He used to call the demagogues the lackeys of the people. He said bad men obey their lusts as servants obey their masters. He called love the business of the idle and said lovers derive their pleasure from their misfortune.

Diogenes did little philosophizing, but sought to live an exemplary life of autonomy. He lived in a tub and is said to have taken enormous pleasure in all that he did. He said Plato’s lectures were a waste of time. Plato had defined Man as a “featherless biped”. Diogenes plucked a fowl and brought it into the lecture room with the words “Here is Plato’s man.” In consequence of which there was added to the definition, “having broad nails”.

Insofar as Diogenes was known as “The Dog” throughout Athens, at a feast certain people kept throwing all the bones to him as they would to a dog. He played a dog’s trick and urinated on them. It is said that Diogenes trampled upon Plato’s carpets with the words “I trample upon the pride of Plato”, who retorted, “Yes, Diogenes, with pride of another sort.”

Being asked whether death was an evil thing, he replied, “How can it be evil, when in its presence we are not aware of it?” When someone declared that life is an evil, he said, “Not life itself, but living ill.” To one who protested that he was ill adapted for the study of philosophy, he said, “Why then do you live, if you do not care to live well?” Seeing a youth dressing with elaborate care, he said, “If it’s for men, you’re a fool; if for women, a knave.” Being asked what creature’s bite is the worst, he said, “Of those that are wild, a sycophant’s; of those that are tame, a flatterer’s”.

Having been invited to dinner, he declared that he wouldn’t go — for the last time he went, his host had not expressed a proper gratitude. Someone took him into a magnificent house and warned him not to expectorate, whereupon having cleared his throat he discharged the phlegm into the man’s face, being unable, he said, to find a meaner receptable.

Plato saw him washing lettuces, came up to him and quietly said to him, “Had you paid court to Dionysius you wouldn’t now be washing lettuces.” Diogenes with equal calmness answered, “If you had washed lettuces, you wouldn’t have paid court to Dionysius.”

One day he shouted out for men, and when people collected, hit out at them with his stick, saying, “It was men I called for, not scoundrels.” Dio Chrysostom described Diogenes as terminating a discourse by squatting down and evacuating his bowels in the presence of his hearers. It is also said that he had no qualms about masturbating or performing other sexual acts in public.

Being asked why people give to beggars, but not to philosophers, he said, “Because they think they may one day be lame or blind, but never expect that they will turn to philosophy.” He was asking alms of a bad-tempered man, who said, “Yes, if you can persuade me.” “If I could have persuaded you,” said Diogenes, “I would have persuaded you to hang yourself.”

On a voyage to Aegina he was captured by pirates, conveyed to Crete and exposed for sale as a slave. When he was asked what he could do he replied, “Govern men.” And he told the crier to give notice in case anybody wanted to purchase a master for himself. To Xeniades who purchased him he said, “You must obey me, although I am a slave; for, if a physician or a navigator were in slavery, he would be obeyed.” Xeniades took him to Corinth, set him over his own children and entrusted his whole household to him.

Alexander once came and stood opposite him and said, “I am Alexander the great king.” “And I, ” said he, “am Diogenes the Cynic.” When someone was extolling the good fortune and splendor another had experienced in sharing the suite of Alexander, Diogenes said, “Not so, but rather ill fortune — for he breakfasts and dines when Alexander thinks fit.”

Alexander stood opposite him and asked, “Are you not afraid of me?” “Why, what are you, ” said Diogenes, “a good thing or a bad?” Alexander replied, “A good thing” whereupon Diogenes said, “Who, then, is afraid of the good?” At another time Diogenes was sunning himself when Alexander stood over him and said, “Ask of me any boon you like.” To which he replied, “Stand out of my light.”

Alexander is reported to have said, “Had I not been Alexander, I should have liked to be Diogenes.” As it turned out, both Diogenes and Alexander died on the same day in 323 B.C. Alexander was 33 and Diogenes was 90.

Insofar as Diogenes symbolizes a revolt against civilization I want little part of him. But I regard honesty as a paramount virtue. The distinction between the “artificiality” of civilized behaviour & integrity and that of affectation & pretence is a paradoxical one. Diogenes holds this issue before my gaze.

 

Altra lettera da Rodez

30 settembre 2008

Sempre da Rodez, 1 Rue Vieux Saint, Aveyron, sotto forma di lettera poi firmata sul marciapiede che fa angolo tra Boulevard Raspail e Montparnasse,  lettera preceduta dall’immagine-orinatoio di Duchamp e redatta nel febbraio 6191 , fu scritto: ‘ Perché,ho detto ancora,l’uomo si batte fuori? Perché,rispondevo quasi a me stesso, dentro è la sua anatomia a fargli guerra: tutti e nessuno,mi è stato risposto,il caso lo spirito malvagio e il niente,ma ebbene no,né tutti né nessuno,né il caso,né lo spirito malvagio e neppure il niente,ma solo l’uomo per quello che esso è di fatto,incredibilmente brutto,ridicolo e miserabile sotto i suoi broccati e vestiti di seta,eterno miliardario soltanto nei propri inutili sogni di potenza e di comando. Alla fine,oltre pochi amici e il mio cane,che adoro sopra ogni altra cosa, non ho relazioni,e comunque non ne voglio: la massa di carne che vale nella e per l’anatomia generale,soprattutto nei ridicoli prodotti di scarto costolare,non mi interessano,e questo lo dico a ragione poiché l’anatomia generale dell’essere umano è da secoli monca,in quanto improvvisata, L’anatomia umana è falsa,e io lo so,per averlo provato realmente dalla testa ai piedi. E la questione che si pone è quella di sapere se bisogna provare ad orientarli,gli avvenimenti,accelerandone il ritmo nel loro verso,o se per caso non valga la pena di lasciarli correre,fino a che l’ascesso si svuoti da sé, ma una volta per tutte,e per davvero. Non saprei dirlo. Dal canto mio,per un certo numero di necessità imposte dalla natura, ma anche fiutando gli avvenimenti,mi auguro un succedersi di disastri, naturali ed artificiali , in modo da farli evolvere in un corso vantaggioso,e comunque efficace. In una realtà in cui milioni di persone hanno a mala pena di che conservare la forza sufficiente per vedersi morire di fame, io auspico rivolte inevitabili e salutari,con un notevole trasudamento di forze,energie e di sangue,in modo che questo capolavoro malriuscito,definito ora uomo ora la sua menomata derivazione costolare, possa ruotare intorno al suo stesso sacrario,e perché venga infine fermato con ogni mezzo,paralizzato e avvelenato per l’elettricità delle sue troppe braccia e gambe, che in ogni caso lo formano. Non lo ho affermato io: la più semplice azione sarebbe scendere in strada brandendo due pistole e iniziare a sparare alla cieca sulla folla. Chi non ha mai avuto voglia almeno una volta nella vita,si diceva, di fare piazza pulita con il miserabile principio dello svilimento e dell’istupidimento, è chiaro che appartiene alla folla, e la sua pancia è costantemente sotto tiro. I delitti di ogni genere. il crimine e l’omicidio,soprattutto se casuale, sono del tutto necessari alla natura e alla stessa società,che del resto ne legittima l’uso,a condizione che sia collettivo e non individuale,attraverso guerre, sevizie e continui avvelenamenti quotidiani. In altre parole,io penso,e credo a ragione, bisogna che l’occulto continui il suo percorso integrale di carne e di sofferenza. E questa non è una parola o un’immagine senza conseguenza alcuna: ciò significa che l’essere umano,chiunque esso sia, è destinato a perdere prima o poi, materialmente e fisicamente,la sua identità, Ogni fiducia riposta nell’uomo è inutile e vana, sempre e comunque: e del resto l’unica funzione degli altri è quella di farci comprendere lo splendore della nostra solitudine. “Presque tous nos malheurs nous viennent de n’avoir pas su rester dans notre chambre”, dit un autre sage, Pascal, je crois, rappelant ainsi dans la cellule du recueillement tous ces affolés qui cherchent le bonheur dans le mouvement et dans une prostitution que je pourrais appeler fraternitaire, si je voulais parler la belle langue de mon siècle”. Io credo,perché vivo recluso in questo corpo di carne e vomito ,al veleno messo ogni giorno nelle mie pietanze dal mio stesso simile,e all’incapacità di procurarmi i medicinali necessari per guarire da questa narcosi,non fossero quelli di demoni che si moltiplicano,e della necessità assoluta,diventata ormai inevitabile, di un inevitabile spargimento di sangue. Attorno a me vedo agire, in blocco e a gruppi, moltitudini di individui procreati da uteri infetti al solo scopo di denutrite il mio essere e di paralizzare le reazioni della mia anima e della mia coscienza esasperata,in modo da succhiarmi ogni giorno il cervello e il respiro in fondo al loro stesso stomaco e ventre,quando per onestà intellettuale ho voluto reagire contro di esse. Non accetto le scuse di alcun ipotetico dio all’uomo,per averlo creato, così come non accetto alcuna giustificazione da parte del mio prossimo: del resto le leggi di causa ed effetto,operanti nella natura,dicono molto al riguardo, e non è necessario altro che adeguarsi ad esse. L’idee de dieu est, je l’avoue, le seul tort que je ne puisse pardonner a l’homme, aveva scritto Monsieur le 6,  prigioniero nella cella del mastio di Vincennes: ma anche così, pur essendo di un disordine impeccabile, ciò è privo della constatazione di tutti quei sortilegi determinati dall’abbrutimento quotidiano, imposti da ogni convivenza. Lo ripeto,dopo uno spaventoso attacco di dissenteria,mentre,da una parte, credo di abitare dalle parti di Quai du Louvre,ma dove in realtà vado a cavallo presso i Tarahumara: la più semplice azione sarebbe scendere in strada brandendo due pistole e iniziare a sparare alla cieca sulla folla. Bisogna assolutamente,proclamare adesso a chiare lettere che questi sortilegi esistono,e che a causa loro esiste ogni massacro e turpitudine, perché gli esseri umani, da sempre indegni di questo nome,sono una legione,alle cui azioni tutti,o quasi tutti,partecipano,e verso cui,personalmente, nutro, adesso e per qualsiasi possibile eternità, ogni risentimento possibile. Multitude, solitude: termes égaux et convertibles pour le poète actif et fécond. Ricordo nei petits poèmes en prose la frase, dopo la lettera dedicatoria inviata ad Arsène Houssaye. Qui ne sait pas peupler sa solitude, ne sait pas non plus être seul dans une foule affairée. Il est bon d’apprendre quelquefois aux heureux de ce monde, ne fût-ce que pour humilier un instant leur sot orgueil, qu’il est des bonheurs supérieurs au leur, plus vastes et plus raffinés. Les fondateurs de colonies, les pasteurs de peuples, les prêtres missionnaires exilés au bout du monde, connaissent sans doute quelque chose de ces mystérieuses ivresses; et, au sein de la vaste famille que leur génie s’est faite, ils doivent rire quelquefois de ceux qui les plaignent pour leur fortune si agitée et pour leur vie si chaste’.

 

 

Diogene, opera di J. W. Waterhouse

30 settembre 2008

Amore Libero

29 settembre 2008

In 1811 Shelley pubblicò un pamphlet dal titolo: The Necessity of Atheism. ‘Four months after being expelled, the 19-year-old Shelley traveled to Scotland with the 16-year-old schoolgirl Harriet Westbrook to get married. After their marriage on August 28, 1811, Shelley invited his college friend Hogg to share their household ‘ (inclusa la moglie, come volevano i suoi ideali di amore libero, ma in seguito al rifiuto da parte di Harriet dovette abbandonare il suo cd. progetto di matrimonio aperto).‘Tornato in Inghilterra,il matrimonio (come sempre accade,ndr.) con Harriet iniziò a deteriorarsi. A  Londra incontrò, innamorandosene (sebbene ancora sposato con Harriet), Mary, la colta figlia di Godwin e di Mary Wollstonecraft, un tempo nota come scrittrice morta alla nascita di Mary. Seguendo i principi di libertà sessuale più volte professati, nel luglio del 1814, Shelley fuggiva segretamente con la sedicenne Mary, portando con sé la sorellastra Jane (in seguito Claire) Clairmont, anche lei sedicenne. I tre si imbarcarono per l’Europa attraversando la Francia per poi andare ad abitare in Svizzera’. Shelley è un poeta contraddittorio, si è detto : nelle sue opere bisogna distinguere la poesia frutto di commozione eloquente da quella composta di versi ideologici e talvolta retorici, a partire da quelli condizionati dalle sue posizioni a favore dell’amore libero (e dunque contro ‘un puritanesimo che attribuisce alla libertà sessuale una funzione corruttrice’) e di ogni trasgressione dei principi correnti, contro il lavoro organizzato in fabbrica, contro l’istituzione di una società mercantile e colonialista. Cfr.:’ L’espressione “amore libero” è stata utilizzata dagli anarchici sin dopo la fine del XIX secolo per definire enunciazioni concernenti la sessualità nell’ambito individuale e sociale. Gli anarchici hanno utilizzato il termine “amore libero” successivamente e simultaneamente come sinonimo d’unione libera, di tolleranza, di neomalthusianesimo, d’alternativa alla famiglia patriarcale, di comunalismo sessuale o del “poliamore”. Il punto comune delle diverse posizioni anarchiche sull’“amore libero” è l’opposizione all’ approccio assolutista sessuale. Il puritanesimo e la morale giudaico-cristiana (approccio assolutista) giudica il sesso come un qualcosa di dannoso per la moralità dell’individuo e per la coesione sociale. Questa visione repressiva della sessualità considera il sesso come facente parte di una natura bestiale e come tale da limitare con una serie di regole morali (eterosessualità, monogamia, matrimonio ecc.) imposta dalle istituzioni (Chiesa e Stato). L’amore libero è stato principalmente compreso dagli anarchici, e dei pensatori utilitaristi come Mills e Bentham, in un’ottica pluralista. Quest’approccio essenzialmente liberale, ha attirato anarchici individualisti del XIX secolo come Benjamin Tucker e Lysander Spooner (L’approccio pluralista è “essenzialista”, nel senso che considera la sessualità come una forza naturale, biologica, che influenza non solamente l’individuo ma anche la vita sociale e collettiva. La sessualità sarebbe un istinto innato dell’animale umano, che tuttavia viene controllata dalle istituzioni). La sessualità, secondo questi pensatori, appartiene alla sfera privata e deve essere separata dalla sfera pubblica esattamente come le pratiche religiose, il consumo di droghe ecc. L’approccio libertario è stato invece adottato e sviluppato da anarchici come Emile Armand, Emma Goldman, dai marxisti Wielhem Reich, e Herbert Marcuse, dai socialisti utopisti come Charles Fourier e dai pedagogisti libertari Paul Robin e Jeanne Humber (Anche l’approccio libertario è “essenzialista”, sessualità interna all’individuo e esterna alla società, in quanto ritiene che l’amore libero sia naturale, positivo e sano. La sessualità è una pulsione vitale, la sua repressione sociale impedisce l’espressione dell’individualità. La repressione sessuale è nefasta ed è una delle cause di comportamenti devianti e malsani. In “Psicologia di massa del fascismo”, Reich pone nella repressione e nella frustrazione sessuale dei tedeschi, le basi dello sviluppo del nazismo). I libertari criticano le istituzioni (politiche, sociali e religiose) tendenti ad inquadrare la libertà sessuale entro il matrimonio, il patriarcato, oltre a criticare la sessualità non finalizzata alla procreazione (con esplicito riferimento alla Chiesa). Solo la libertà sessuale può dare all’individuo, e come conseguenza alla società, l’equilibrio e il benessere fisico, emozionale e psichico. Molti anarchici sono convinti, come i marxisti Marcuse e Reich, che la “rivoluzione sessuale” è la chiave di volta per la liberazione sociale. Le repressioni sessuali non fanno altro che giustificare l’esistenza dello Stato e della Chiesa nel loro ruolo di guardiani dell’ordine e della moralità, e come tali vanno distrutti. La recente tendenza anarchica, per ciò che concerne l’amore libero, è di rimettere in causa l’”essenzialismo” che fa della sessualità una pulsione vitale legata alla biologia umana: secondo questo modo di pensare la sessualità è socialmente costruita e organizzata. I suoi sensi e le sue norme sono legate intimamente alle strutture sociali, implicando un’ influenza della cultura, dei ruoli sessuali, delle classi sociali e delle divisioni etniche, sul comportamento sessuale individuale’.In merito :’ Il filosofo francese Michel Foucault ritiene che la sessualità altro non sia che un’elaborazione della modernità e una tecnica di asservimento dei corpi. Molte individualità vedono il sesso soggiogato e represso dal potere (secondo Foucault il “Potere” va inteso non come un individuo concreto che impartisce ordini e leggi, bensì come un elemento che subdolamente si insinua in ogni aspetto della società, essenzialmente negando la verità delle naturali pulsioni umane e quindi la manifestazione del proprio modo d’essere). Foucault al contrario descrive il concetto di sessualità come dispositivo costruito e tenuto in vita dal potere stesso:” la sessualità si è costituita come campo di conoscenza a partire da relazioni di potere che l’hanno costituita come oggetto possibile”. Il filosofo francese fa notare che in epoca moderna si assiste non tanto ad un incremento della repressione sessuale, quanto ad una proliferazione dei discorsi aventi come oggetto il sesso, che altro non sono che una certa volontà di sapere. Infatti è proprio tra il XVIII e il XIX secolo che si sviluppa la tendenza a parlare del sesso: nella medicina, nella sociologia, nella demografia, nella psicanalisi, nella psichiatria, nella pedagogia. I discorsi sul sesso, secondo Foucault, sono controllati attraverso il regime della “confessione” (secondo Foucault ognuno si sentirebbe quasi obbligato a rivelare a se stesso e agli altri ogni elemento affine al sesso), attraverso il quale si è sviluppata una vera e propria scientia sexualis. In questo modo “sapere e potere” rivelano così la loro realtà, che di fatto rende illusoria tanto l’idea di una ricerca scientifica e obiettiva sulla sessualità, quanto qualsiasi strategia di emancipazione e liberazione sessuale, poiché egli ritiene non esista alcuna dimensione originaria da recuperare. Così la sessualità diventa non solo uno degli elementi principali delle politiche produttive del potere, ma soprattutto un elemento di grande strumentalizzazione e alla base del quale si sviluppano svariate strategie prevalentemente repressive. Per Foucault sapere e potere sono indisgiungibili, in quanto l’esercizio del potere genera nuove forme di sapere e il sapere porta sempre con sè effetti di potere. Per potere però, spiega Foucault, non si deve intendere quello che emana da un soggetto cosciente, un sovrano, e si traduce in leggi positive; si tratta invece del potere impersonale, onnipresente, che non ha dimora fissa, ma opera tramite meccanismi anonimi in ogni anfratto della società (cfr.il già riportato articolo sulla Dittatura Perpetua). Sotto questa luce, il potere è un insieme di rapporti di forza , diffusi localmente, non riconducibili ad una sola sede e così Foucault contrappone la propria microfisica del potere , mirante all’analisi delle molteplici e diffuse strategie di soggiogamento, alla macrofisica, propria della teoria di Marx, ad esempio, che dà più spazio all’opposizione tra dominatori e dominati. Di fatto, spiega Foucault, si è sempre allo stesso tempo ambo le cose, dominatori e dominati: si potrà essere dominati in fabbrica ma, magari, dominatori in famiglia. Rispetto a questi poteri così decentrati e variamente connessi la resistenza può essere condotta non da un’unica forza organizzata in partito, ma solo in lotte parziali, in una miriade di luoghi da parte di forze mobili e continuamente cangianti. I dispositivi di potere, attuando selezioni e interdizioni, impediscono il libero proliferare dei discorsi e originano una società disciplinare, che trova espressione nelle istituzioni del carcere, dell’ospedale, dell’esercito, della scuola, della fabbrica, dove sono attuate strategie di controllo, anche del corpo, esami, e sanzioni’.Come si è visto sopra, Shelley conobbe,tra le altre, la terribile esperienza del matrimonio. Ma anche volendo esprimere la cosa in termini più strettamente antropologici : ‘ il matrimonio non deve avere necessariamente quelle regole che noi generalmente gli attribuiamo. Non necessariamente è un vincolo a carattere religioso (pare che non lo fosse nemmeno per i primi cristiani) anche se in genere una qualche propiziazione religiosa è sempre presente come d’altra parte per qualsiasi momento importante della vita (la nascita, la morte, la pubertà).La monogamia  è  una caratteristica propria, peculiare dell’Occidente e dell’Occidente cristiano sopratutto: nel resto del mondo  la poligamia invece è (o meglio era)  la regola generale. La indissolubilità, come è noto, è peculiare solo del cattolicesimo. Nelle società “primitive” la procreazione assume una funzione assolutamente predominante. L’amore come lo intendiamo noi sia dal punto di vista  sentimentale che  di soddisfazione sessuale  diviene del tutto secondario: dal rapporto sessuale si cercano soprattutto i figli,e non il sentimento o il piacere’.Alla fine,comunque, e detto questo, anche tale argomento è per me marginale, e riportato solo per la traccia coerente di una certa biografia. Per riferirmi a casi apparentemente paradossali anche per Pierre Joseph Proudhon la misoginia rimase tra gli elementi leggendari della sua personalità, così come fu,seppure in maniera diversa e meno interessata, per Michail Bakunin. Senza arrivare,è evidente, e perché di certo influenzato da alcune considerazioni del divino marchese, agli estremi di Antonin Nalpas, in 1 Rue Vieux Saint, a Rodez, costretto a scrivere sopra una cassapanca di acero e palissandro, che si dice essere appartenuta allo stesso San Patrizio, e il cui Bastone, egli non smise mai di portare con sè a Parigi dal maggio 1937 al 12 agosto dello stesso anno, vale a dire 4254 anni fa, il quale ebbe a dichiarare in merito: ‘Ogni donna puzza, di sudore,prostrazione e sortilegi, non mi stancherò mai di ripeterlo, tanto che potrebbe persino giungere a credere nelle proprie menzogne, e porsi delle domande della quali sa già la risposta. La donna, vale a dire questo imbuto creato solo per una avvelenata e reclusa elaborazione del seme maschile, di bassa statura, a ragione brutalizzata e malmenata in ogni angolo del mondo, rachitica e di spalle strette, con i fianchi larghi e le gambe malferme, puo’ essere chiamato il bel sesso soltanto da un intelletto accecato dall’istinto : in poche parole, tutta la bellezza di questo fenomeno inusuale, martirizzato e malaticcio per due terzi della sua vita, risiede solo in quell’ istinto e attraverso i mezzi di coercizione di cui è fatto oggetto’.