Kyon

By adierre

Dopo la morte di Socrate, la “filosofia socratica” fu insegnata ad Atene (dalla quale , unico tra i discepoli, non si era allontanato) da Antistene (444-365). Questi (in accesa polemica con Platone, che contemporaneamente a lui si proclamava l’autentico rappresentante della dottrina socratica), sosteneva che non è possibile costruire un discorso conoscitivo sulla realtà, fatta di tante entità individuali irriducibili l’una all’altra, data l’ovvia premessa, e oggettiva constatazione, che qualsiasi entità ha un proprio nome, e che è dunque l’unico “segno” che di essa abbiamo a disposizione. Con tale presupposto risulta allora evidente che non è possibile costruire un qualsiasi discorso scientifico sulle cose, perché di ciascuna di esse possiamo dire soltanto che è se stessa,e niente altro che se stessa : l’albero in quanto albero, il cane in quanto cane, e via discorrendo: in poche parole le scienze,tutte le scienze,non sono altro che ‘finzioni’, e per di piú  del tutto inutili. Antistene fondò una sua scuola, che fu chiamata “cinica” perché i suoi seguaci predicavano e conducevano una vita svincolata da ogni e qualsiasi legame familiare o politico, al di fuori di tutte le convenzioni sociali: una vita, in altri termini, del tutto simile a quella dei cani,i quali sono liberi da qualsiasi legame, e perciò pienamente autosufficienti. La scuola aveva sede nel ginnasio di Cinosarge (= dell’agile cane) in Atene. Gli aderenti a questo tipo di ‘pensiero’ furono di fatto i rappresentanti di una filosofia “popolare” che continuò a sussistere per molto tempo nell’ambito della cultura greca ed ispirò anche generi letterari, tra i quali famosa fu la satira; anche quando i loro insegnamenti confluirono particolarmente nelle dottrine degli Stoici (a partire dalla fine del IV secolo a.C.), l’atteggiamento “cinico” rappresentò sempre l’anima popolare dello stoicismo, parallela e contrapposta all’ispirazione aristocratica e colta di quella scuola. La polemica sofistica (Antistene fu allievo di Gorgia, oltre che il Socrate) contro la convenzionalità delle leggi si trasformò così nei Cinici in un rifiuto totale delle regole della convivenza sociale e politica (anche con la pratica,ad esempio nel falsificare la moneta corrente) , non concedendo nulla alle cd. regole morali. ’I cinici professavano una vita randagia e autonoma. L’ ideale diventò per essi l’autosufficienza totale (quella del saggio, condotta fino all’assoluta indipendenza dal mondo esterno, secondo il termine greco autàrkeia, ovvero autarchia, la capacità di detenere il totale controllo su sè stesso) : il cinico (in quanto per esso il tratto fondamentale dell’uomo era la sua “animalità” istintiva e non mediata, quel tratto che più lo avvicinava alla sua essenza, eminentemente naturale) era prima di tutto un autarchico, vale a dire l’individuo che bastava a sè stesso, e che poneva al centro l’uomo, prima ancora, e di molto, della società presa nel suo complesso. Cfr:’ Si può considerare il cinico come l’archetipo del moderno anarchico, del contestatore, quando non addirittura l’ispiratore della “filosofia” punk. Il cinico infatti rifiutava l’incivilimento, e con esso l’autorità politica, le tradizioni e le convenzioni sociali, il tutto affiancato da una buona dose di individualismo’, portando alle estreme conseguenze il pensiero individualistico e utilitaristico proprio della sofistica. Il più famoso esponente della corrente di pensiero fu appunto Diogene di Sinope, il quale antepose l’esempio pratico alla teoria, tanto da non lasciare nulla di scritto, in modo non dissimile da Socrate (‘la leggenda vuole che abitasse nudo in una botte e che girasse nottetempo con una lanterna, a sua detta, per cercare l’uomo: l’’unica cosa che possedeva era un mantello logoro e una ciotola per bere, di più non gli bastava per essere felice. Mangiava e beveva quello che trovava, viveva all’ombra degli alberi, dormiva sotto il cielo stellato…. Gli bastava vivere, e nient’altro. Si narra che avendo visto un cane abbeverarsi direttamente da una pozzanghera, gettò via anche la ciotola che possedeva, perché si era reso conto che non gli era più necessaria’). Cfr. ancora :’ Il cinismo non lasciò nulla di scritto, poiché ciò era contro l’essenza del suo stesso insegnamento. Tutto quello che rappresentava un qualche incivilimento non interessava o era rifiutato, e dunque a maggior ragione la scrittura, prodotto di punta della civiltà. Ai cinici non interessava nemmeno l’indagine naturale, la logica, la scienza dei numeri, la politica, l’impegno civile. Forse gli animali ne facevano uso? Era necessario, tutto questo, per la sopravvivenza? I cinici pensavano senz’altro di no. Ciò che interessava loro era l’atto stesso del vivere, non tanto predicare la filosofia, quanto viverla. Se Socrate aveva messo sopra ogni cosa la ricerca di sé, Diogene riteneva superflua ogni altra necessità, soprattutto l’affanno della civiltà e delle convenzioni sociali. Non vi era nulla di accademico ed aulico nel vero cinismo, ma solo l’imperturbabile capacità di vivere seguendo l’istinto naturale di sopravvivenza. Il cinico desiderava essere in primo luogo la realizzazione stessa della sua filosofia’.

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